E se il loro asso nella manica, il loro alleato nascosto fosse il grande algoritmo? E se scoprissimo che il successo crescente di movimenti populisti e xenofobi in giro per il mondo mai sarebbe stato possibile senza di lui, senza il grande algoritmo della Rete?

Sono populisti gli algoritmi del web? Uno per tutti: è populista l’algoritmo di Facebook? Questa è ormai la domanda da porsi. Perché non viviamo più l’era delle grandi speranze di Internet, della fede cieca nelle connessioni wireless, degli smartphone usati come arma politica. Viviamo un’epoca di post-rivoluzione, invece, con il mondo che non “cambierà” grazie a Internet perché è già cambiato con Internet. Immersi in questi nuovi equilibri non si può ignorare che il grande algoritmo non è più curiosità da smanettoni, è diventato Citizen Kane piuttosto, il quarto potere di Orson Welles, capace di tirare le fila, modellare l’opinione pubblica.

Per algoritmo si intende la serie di istruzioni informatiche che decidono cosa ci viene mostrato tra le attività, i video, i post, le immagini dei nostri amici e delle nostre relazioni online. Per chi scrive, vi anticipo, l’algoritmo è senz’altro populista. Lo è, in primo luogo, perché è una tecnologia commerciale che risulta più redditizia quando favorisce la quantità sulla qualità, la suggestione sulla verità. L’algoritmo del web forgiato dai social, inoltre, avvantaggia le emozioni sui ragionamenti e, laddove sono le emozioni e non le argomentazioni a farsi largo, e lì che si trova il terreno fertile per ogni populismo.

Per mostrare il “populismo” dell’algoritmo nel dettaglio e nella sua evoluzione, però, bisogna cominciare dalla tecnologia e solo dopo arrivare alla politica. E bisogna partire da un fatto fondamentale che fa da pilastro al ragionamento che segue: ci sono ancora molti, inguaribili ottimisti, convinti che ogni tecnologia sia neutra, né buona né cattiva. «Non dipende dallo strumento, ma da come lo usi» ripetono gli ottimisti quando parlano del web e delle piattaforme che ci girano sopra. A noi post-rivoluzionari più realisti, invece, appare chiaro che la tecnologia in sé non è né buona né cattiva, ma che non è affatto neutra. Il giurista Lawrence Lessig, padre delle licenze Creative Commons, ha trasformato questa riflessione in una massima («La tecnologia non è buona né cattiva, ma non è neanche neutra», appunto) ritenuta valida dalla comunità scientifica. E basta un pizzico di buon senso per capire il senso del ragionamento.

Il pezzo integrale lo trovate su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA