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Tra le buone leggi che ci teniamo a mente e di cui possiamo andare fieri in giro per il mondo la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi forse è una delle più splendenti per la sua funzione di manifesto senza mediazioni del contrasto alla criminalità organizzata.

Pare, da queste parti, che compito il compito di certa politica sia quello di imbellettarsi in occasione della commemorazione di La Torre e di sfoderare una certa retorica per magnificare il passato.  Nel 1982, quando la politica decise che le ricchezze guadagnate con il sangue fossero illegali e quindi da ritornare allo Stato, la svolta legislativa fu anche l’inevitabile inizio di un sferzata culturale e morale sul tema delle mafie. Uno di quei dibattiti che, nel bene o nel male, impedisce ai protagonisti di chiamarsene fuori.

Tra le impolverate carte del Parlamento giace da tempo una proposta di legge che chiede di estendere la normativa antimafia di sequestro dei beni anche ai casi di corruzione. Che mafia e corruzione siano spesso a braccetto è un’analisi ormai condivisa e troppe volte negli ultimi anni abbiamo assistito a processi in cui gli imputati si sono scapicollati per sembrare “solo” corrotti (e non mafiosi) per salvare il proprio patrimonio. Aggiungeteci che tra gli estensori di questa proposta di legge spicca anche il nome di Franco La Torre, figlio di Pio, e verrà semplice immaginarla come una “La Torre bis” ideale prosecuzione dell’impegno che fu.

Visto che tutti si riempiono la bocca di “riforme” eccone una bella pronta che potrebbe salvare il governo Gentiloni dal destino di essere stato trasparente.

Buon giovedì.

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