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Il punto è che la legge che c’era prima – e c’è ancora, dovendo il nuovo testo sulla legittima difesa, oggi approvata della Camera, passare comunque per il Senato – è una buona legge. O meglio: è una legge coi suoi limiti – quella che ha modificato non più di undici anni fa l’articolo 52 del codice penale – ma che non ha certo sbattuto in galera tutti coloro i quali si son difesi, arma in pugno o no. Anzi. Il dato sugli effetti della nuova formulazione – che è del 2006, epoca Berlusconi, prometteva di far crollare i furti in appartamento e ha posto, però, non pochi problemi alla giurisprudenza che ha dovuto ribadire il principio di “proporzionalità” della difesa – lo dà il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore e lo confermano i magistrati ascoltati in commissione. Sui furti non ha inciso granché, ma i casi aperti per legittima difesa sono (al 2015) in tutto 136 e per oltre il 90 per cento si prevede l’assoluzione.

(Qui un dossier della Camera sulle modifiche, che spiega bene anche il quadro normativo)

Per il Parlamento, evidentemente, anche il solo esser indagato – il fatto che qualcuno si prenda la briga di verificare se la legittima difesa ci sia stata o se invece si sia ucciso o ferito inutilmente – è però troppo. La nuova legge, questa è l’intenzione, dovrebbe fermare in tempi ancora più brevi l’azione della magistratura.

La legge precedente già consentiva di difendersi (Come dice alla Stampa il capo dei Gip di Milano Aurelio Barazzetta, secondo cui è francamente difficile «tutelare ancora di più» chi si difende in casa propria, ricordando che esiste già persino la legittima difesa putativa, «nel caso», ad esempio, «di rapina notturna in cui è difficile sapere se il ladro sia armato o no»)? Fa nulla. Cronaca e pancia suggeriscono di fare di più. Come dice anche Stefano D’ambruoso, deputato dei Civici e Innovatori che – prima di votare comunque a favore – ha riconosciuto che «i numeri che ci forniscono i tribunali non fanno ritenere questo intervento prioritario» e che evidentemente il testo «risponde più a ragioni politiche». Testo che si approva, ovviamente, negando che così si apra al Far west.

«Non c’è alcuna legittimazione della “giustizia fai da te”», spiega il ministro degli Affari regionali con delega alla famiglia, Enrico Costa, in un’intervista al Messaggero: «Più semplicemente eliminiamo il percorso processuale per persone aggredite in casa propria che, lo dicono i numeri, non vengono condannate quasi mai». Siccome i più non vengono di solito condannati, è dunque il ragionamento, si può evitare di verificare. O meglio, spiegano ancora dalla maggioranza – a parlare è Antonio Marotta, alfaniano e contento – siccome «l’obbligatorietà dell’azione della magistratura resta», a cambiare è «l’approccio». Si presume, insomma, l’innocenza.

A rafforzare la tesi di Costa c’è l’opposizione dei gruppi parlamentari più di destra, tipo Fratelli d’Italia, con Ignazio La Russa che si è alzato in Aula per strillare che questa legge «è un bluff», «una trappola», e con i leghisti che sostengono come il provvedimento non eliminera «la gogna» a cui è condannato chi difende «la sacralità» della propria casa o del proprio luogo di lavoro.

A commentare negativamente un testo che in effetti porge il fianco (intervenendo inizialmente solo sull’articolo 59, per esempio, e non sul 52, o individuando la “notte” – ma quando comincia la notte? – come momento più legittimo per reagire al “grave turbamento”) sono anche i giornali di destra, come Libero. Che scrive: «Puoi sparare ai ladri solo di notte. Mesi di discussioni e promesse su come riformare il diritto di proteggersi dalle aggressioni per poi partorire un aborto».

C’è poi l’opposizione di Silvio Berlusconi, che consente al Pd – nonostante le critiche da sinistra, che arrivano da Sinistra italiana, Possibile & co – di sostenere la correttezza del testo, che è stato dai dem emendato, alla fine, in una forma di mediazione con gli alleati alfaniani. E approvato nonostante i dubbi di alcuni, tra cui quelli dello stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando.

 

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