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Che il Cristianesimo sia stato un grande “aggregatore” di riti e culture preesistenti è ormai un fatto incontrovertibile. Il culto del dio Mitra, inglobato in quello di Gesù, o la resurrezione di Cristo che era in origine la rinascita della natura per i popoli pagani, sono solo alcuni esempi. E non ci si è limitati ad assumere alcuni principi cardine da altre culture – copiando un po’ il modus operandi dell’Impero Romano. La Chiesa cattolica furbescamente nel corso dei secoli ha anche tentato di “assorbire” personaggi che nulla avevano a che fare con la religione. L’ultimo, in ordine di tempo, è Antonio Gramsci.
Nell’ottantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937) L’Osservatore Romano ha dedicato un articolo a firma di Franco Lo Piparo proprio all’autore dei Quaderni dal carcere. Con un titolo ad effetto: “Per Gramsci la religione è necessaria”.
Lo Piparo conosce bene l’opera gramsciana. Come linguista, ha scritto nel 1979 Lingua, intellettuali egemonia in Gramsci (Laterza) e Il professor Gramsci e Wittgenstein: il linguaggio e il potere (Donzelli, 2014) mentre avevano sollevato molte polemiche i due libri scritti sempre per Donzelli I due carceri di Antonio Gramsci, la prigione fascista e il labirinto comunista (2012) e L’ enigma del quaderno: la caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (2013) in cui accennava all’ipotesi di un quaderno fatto sparire da Togliatti perché Gramsci vi avrebbe esposto tesi eretiche sul comunismo. Com’è possibile che uno studioso che conosce a fondo gli scritti gramsciani si sia prestato ad un’analisi così parziale come quella su L’Osservatore Romano? Parziale o strumentale? Anche Lo Piparo, secondo la “moda” sottolineata in questi giorni di celebrazioni gramsciane, sembra che abbia preso un “pezzetto” di Gramsci, quello che gli faceva comodo per sostenere la sua tesi, ovvero che per Gramsci «la religione è un bisogno dello spirito» e quindi, essendo “necessaria”, la conclusione non può essere che una: anche Gramsci è religioso. O al più, accondiscendente nei confronti delle religioni, come accade a tanti laici devoti dei nostri giorni.
Ma andiamo per ordine. Nell’incipit del pezzo su L’Osservatore romano si riportano alcune frasi di un articolo che il 25enne giornalista aveva scritto il 4 marzo 1916 su l’Avanti nella sua rubrica Sotto la mole. «La religione è un bisogno dello spirito. Gli uomini si sentono spesso così sperduti nella vastità del mondo, si sentono così spesso sballottati da forze che non conoscono, il complesso delle energie storiche così raffinato e sottile sfugge talmente al senso comune, che nei momenti supremi solo chi ha sostituito alla religione qualche altra forza morale riesce a salvarsi dallo sfacelo». Lo Piparo, estrapolando queste frasi dal testo di Gramsci e su cui costruisce il suo articolo, cancella in un colpo solo tutto l’impianto teorico gramsciano, teso a fondare quell’egemonia culturale che avrebbe dovuto portare all’emancipazione delle classi subalterne. Questa, come ha detto su Left n.16 lo storico Angelo d’Orsi, è stata la stella polare per Gramsci mai abbandonata nemmeno nei dieci anni trascorsi in carcere. E in quel lungo e tormentato periodo non è certo diventato religioso. Logico invece che nella sua ricerca filosofico-politica, vi fosse la necessità di studiare la religione, che non a caso nei Quaderni lega spesso alla cultura popolare e al senso comune. Gramsci si rende perfettamente conto che è un “bisogno” delle persone “semplici” ma è un dato di fatto, da superare. A questo bisogno religioso delle masse non emancipate contrappone invece il senso della storia e della possibilità di trasformazione del mondo. Per questo motivo tutto ciò che ostacola il libero arbitrio e l’emancipazione dell’uomo va analizzato per essere contrastato: è questo il fil rouge che sta dietro alle sue note sulla cultura e il mondo dei Quaderni. La religione, il Vaticano, la cultura cattolica e l’organizzazione cattolica: tutto va studiato. Non a caso quando nel Q.14 analizza il compito dei giornali nel mappare i movimenti intellettuali, sostiene che devono seguire attentamente tutti i centri e gruppi culturali che operano in Italia, soprattutto quelli cattolici.

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