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Accogliamo e pubblichiamo  l’interessante contributo alla discussione sull’impatto della robotica sul mondo del lavoro di Paolo Gambacciani e Lorenzo Cei studenti del corso di laurea specialistica in Politica Istituzioni e Mercati, dell’Università di Firenze

Il World Economic Forum stima che entro il 2020 oltre 7 milioni di lavoratori saranno sostituiti da robot o da “programmi intelligenti”. Già da alcuni anni, molte imprese hanno cominciato a sostituire i propri dipendenti con queste macchine. È successo di recente in Giappone, dove una compagnia assicurativa, la Fukoku Mutual Life, per aumentare la sua produttività del 30%, ha licenziato 34 suoi impiegati per sostituirli con Watson, il nuovo sistema d’intelligenza artificiale dell’IBM.
La scienza e il progresso possono anche danneggiare gli uomini, ma questo succede quando nascono dalle domande sbagliate; non si può pensare che qualsiasi innovazione, come quelle della robotica, sia automaticamente da interpretare in termini catastrofici o allarmistici. La sfida dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AI*IA) è proprio questa: possiamo indirizzare la ricerca verso il bene sociale?
Su questo, lo scorso 11 maggio presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si è tenuto un convegno dal titolo Uomo e Robot: metamorfosi di un’alleanza. Il convegno ha cercato di inquadrare i progressi dell’intelligenza artificiale per inquadrare i possibili usi di questi nuovi mezzi.
Le funzioni e le mansioni che le macchine possono compiere sembrano già straordinarie e, proprio per questo, oggetto di crescente attenzione e discussione. Queste tecnologie possono non solo sostituire gli umani per funzioni meramente ripetitive, automatiche e pratiche, ma sono anche in grado di pianificare strategie e produrre strumenti di supporto alle decisioni.
Se in un primo momento, queste impressionanti conquiste della scienza e della tecnologia sembrano foriere più di difficoltà che di benefici per il genere umano, non dobbiamo però cedere alla tentazione di assecondare qualche luogo comune, immaginandoci un futuro alla Blade Runner.  A dirlo è lo stesso Piero Poccianti, vicepresidente dell’AI*IA, “a obiettivi giusti corrispondono strumenti giusti”.
Come spiega la docente di economia politica all’Università di Firenze, Anna Pettini,i prodotti della nuova ricerca possono essere utilizzati per l’uomo e non contro l’uomo, per facilitare le esperienze lavorative e non per sopprimerle, come strumenti di supporto nella protezione dell’ambiente, alla misura del benessere, o nei compiti più alienanti dell’industria. Proprio questa varietà di soluzioni e ambiti di applicazione è stata approfondita nel corso del convegno.
D’altro canto, è risaputo che a innovazioni e a scoperte radicali sono sempre seguiti drastici cambiamenti, cui hanno fatto seguito la scomparsa di alcuni lavori, insieme alla creazione di nuove opportunità. La stampa, ad esempio, ha fatto perdere il lavoro ai copisti, però ha permesso al sapere di diffondersi. Gli esempi di questo tipo, in relazione all’applicazione e all’uso della scienza e della tecnologia, sono moltissimi. Si tratta ora di distinguere tra quelli che tengono conto del bene comune.
L’importanza del convegno è stata quella di affrontare la domanda: “Possono le scienze informatiche e ingegneristiche e le scienze sociali contaminarsi per fare sì che una società futura, dominata dalla robotica, sia indirizzata verso dei fini giusti?”
È palese che l’intelligenza artificiale creerà novità nel mondo del lavoro, ma se queste macchine fossero inserite in un contesto dove non ci fosse un modello economico che punti unicamente alla massimizzazione del profitto, esse potrebbero non portare a una crisi occupazionale.
L’idea, come afferma Amedeo Cesta (Presidente dell’AIIA), è allora quella di invitare le persone e gli studiosi “a battersi perché le macchine siano un sostegno dei più deboli e non solo uno strumento per i più ricchi”.
La robotica è una ricerca in piena espansione. Considerati gli “ingredienti” del suo successo, la facile previsione è che tale sviluppo conoscerà nel prossimo futuro un ulteriore incremento. C’è dunque la necessità di governare questi processi. A questo proposito, uno dei primi segnali provenienti dalla politica è stato lanciato dall’amministrazione Obama attraverso due documenti nei quali si invita alla necessità di far coesistere opportunità di sviluppo economico e sociale da una parte, e protezione per le fasce di popolazione svantaggiate da tali innovazioni, dall’altra.
Alle domande socialmente rilevanti e al dialogo fra le scienze dovrà poi rispondere la politica. In tal senso, l’incontro tenuto a Firenze risponde alla necessità di instaurare un dialogo virtuoso. E magari, chissà, potremmo immaginare un mondo in cui alla ricerca informatica si chiederà di garantire maggiore sicurezza del lavoro, minore ripetitività, e perciò più tempo e possibilità di realizzare creatività, fantasia, e rapporti umani validi che sono gli ingredienti di una società realmente prospera.

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