Guarda “Oltre il confine” la trentesima edizione del Salone del libro di Torino. Non solo perché con questo titolo si dipana un programma ricco di incontri dedicati al tema delle frontiere, come orizzonte da raggiungere, come superamento dei paraocchi imposti dalle ideologie. Ma anche perché il Lingotto si presenta quest’anno come un vero e proprio laboratorio di riflessione su un tema urgente e drammatico come quello dei nuovi muri costruiti dal razzismo, dal pregiudizio, dalla paura legata all’insicurezza su cui soffiano le destre.
«I libri sono uno strumento importante per comprendere la complessità della realtà che stiamo vivendo», accenna il direttore del Salone, lo scrittore Nicola Lagioia, introducendo il tema dell’edizione 2017 che si apre il 18 maggio dopo una lunga serie di incontri con autori e artisti che sono stati letteralmente presi d’assalto dal pubblico, anche quando protagonisti non erano rockstar come Patti Smith. Nell’agosto scorso, quando l’Associazione italiana editori (Aie) annunciò la nascita di una propria fiera dell’editoria che si sarebbe dovuta tenere quasi nelle stesse date di quella torinese, i giornali suonarono il de profundis per la storica kermesse piemontese. Ma non avevano previsto la capacità di reagire del neo direttore e del suo autorevole staff (di cui fanno parte, fra gli altri Vincenzo Trione, Alessandro Grazioli, Daniele De Gennaro) supportati da una settantina di editori indipendenti che uscendo dall’Aie hanno fondato l’Associazione amici del Salone del libro di Torino. I numeri hanno già dato loro ragione. “Tempo di libri”, il festival voluto dall’Aie che si è tenuto a Milano il mese scorso, ha ottenuto una risposta del pubblico inferiore alle attese ed è stato un flop. Mentre gli editori indipendenti sono accorsi a Torino, tanto da costringere gli organizzatori ad ampliare gli spazi commerciali. La massiccia diaspora degli editori piccoli e medi generata dall’improvvida decisione dell’Aie (dettata dagli interessi dei grandi gruppi editoriali) comunque vada, fa già parlare di una edizione storica. «Si può ben dire – commenta Lagioia, ridendo – non solo perché ricorre il trentennale! Ma anche perché questa edizione rischiava di non esistere se le cose fossero andate secondo le previsioni dei giornali. Ora però permettimi di dire che se fosse accaduto qualcosa al Salone del libro sarebbe stato da dissennati. Non solo per una questione editoriale, non solo perché sarebbe stata spazzata via una collettività che è quella che si coagula da trent’anni, anno dopo anno, sempre più solida intorno alla manifestazione, sarebbe anche stato un atto aggressivo contro il territorio, un gesto distruttivo dell’indotto (un giro di affari di 50 milioni di euro, fra alberghi, ristoranti ecc.). Insomma sarebbe stata una lotta fratricida e abbiamo cercato di smontarla. Intendiamoci – precisa il direttore editoriale del Salone – non è che non possano esistere due o tre saloni del libro. Ce ne possono essere quanti ne vogliamo, ma non possono essere il frutto di una spaccatura all’interno del mondo dell’editoria, non possono mettere l’una contro l’altra due regioni. Qualsiasi nuova iniziativa dovrebbe nascere con una concertazione». Quindi, per il prossimo anno? «Starà agli uomini e alle donne dell’editoria, del mondo culturale delle istituzioni mettersi d’’accordo. L’Aie dovrebbe essere rappresentativa di tutto il mondo editoriale italiano. In questo senso l’idea che aveva lanciato inizialmente di fare un Salone del libro al sud mi pare una cosa sensata per tutto il mondo del libro. È meno utile moltiplicare i saloni là dove i livelli di lettura sono gli stessi del nord Europa».
Tanto meno dunque aveva senso spostare il Salone del libro a Milano? «Il Salone è inamovibile perché, ribadisco, è una tradizione consolidata negli anni. È come se uno dicesse “voglio togliere il palio a Siena”, “voglio togliere il festival teatrale a Edimburgo”, mi sembra proprio una follia. Trasferendomi a Torino ho toccato con mano l’affezione dei torinesi per il loro Salone. Lo riconoscono come una parte della propria identità, se glielo si toglie non è più una guerra fra editori – che per fortuna siamo già riusciti a scongiurare – ma diventa un conflitto fra territori, diventa la guerra della Lombardia contro il Piemonte».
Cosa farete per evitare ulteriori conflitti? «Ora aspettiamo di incontrare la comunità dei lettori. È la prova più importante. Dopo averla superata, daremo una mano, purché non vada a detrimento del Salone di Torino». E neanche, speriamo, a scapito dei lettori. «Con date così ravvicinate fra Tempo di Libri e il Salone come è accaduto quest’anno, chi è stato danneggiato di più è il mondo dell’editoria. Aziende piccole e medie si sono trovate davanti a un bivio: dover scegliere fra due due fiere perché entrambe non riescono a farle oppure hanno dovuto auto imporsi uno sforzo che si sarebbero volentieri risparmiato. Dunque – sottolinea Lagioia – l’auspicio è che questo strappo venga ricucito, anche perché poi se uno si va a leggere i dati vede che i lettori nell’ultimo anno sono diminuiti. Questo significa che le campagne di promozione dei libri sono servite poco o nulla». Durante un incontro «con una esperta come Annamaria Testa – prosegue il direttore editoriale del Salone – a vedere le campagne Tv della promozione alla lettura veniva da piangere. Libri trattati come pacchi di biscotti, sembrava di vedere le campagne del Mulino bianco con gente vestita in completi chiari, in un campo, che legge. Un’ottica completamente sbagliata per il tipo di emozione che dovrebbe suscitare. Basterebbe guardare le campagne tedesche, francesi, ma anche quelle egiziane, per imparare qualcosa. Anziché tornare a fare le guerre fra Guelfi e Ghibellini sarebbe meglio verificare l’efficacia del lavoro svolto fin qui».

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