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Tra resa e deriva terroristica c’è un’altra strada praticabile. La strada della rivolta popolare non violenta, della disobbedienza civile. È una lezione straordinaria che ci viene dal Venezuela e da una terra martoriata, oppressa: la Palestina. E a dare una lezione di coraggio e un messaggio forte di resistenza sono i palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane. Nel disinteresse, colpevole, dei media internazionali, da giorni migliaia di prigionieri palestinesi hanno avviato uno sciopero della fame. E a darne conto è l’uomo-simbolo della resistenza palestinese: Marwan Bargouthi, l’ex segretario generale di al-Fatah in carcere dal 2004 in Israele dove sta scontando cinque condanne all’ergastolo per aver pianificato attacchi mortali contro israeliani durante la Seconda Intifada.  Non c’è una famiglia palestinese che non abbia avuto un suo membro incarcerato. È la ferita di un popolo. Una ferita mai rimarginata. «Se mio padre è un terrorista, lo è stato anche Nelson Mandela», ha affermato al quotidiano israeliano Haaretz Aarab Barghouti, il figlio di Marwan. Può apparire un parallelo forzato, ma esso contiene una rivendicazione al diritto alla resistenza di un popolo sotto occupazione contemplata anche dalla Convenzione di Ginevra. «Mio padre, era e resta un sostenitore della soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) e della applicazione della legge internazionale e delle risoluzioni dell’Onu per entrambi i popoli. Allo stesso tempo è convinto che questo governo israeliano, queste controparti israeliane, non siano partner per un accordo. Perché portano avanti ogni giorno le politiche di occupazione più dure e aggressive, dalla costruzione delle colonie nella nostra terra alla demolizione delle nostre case…», afferma, in una intervista al Manifesto, Qassam Barghouti, figlio 32enne del dirigente politico palestinese, a sua volta ex detenuto in Israele dove ha scontato una condanna a quattro anni.

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