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«Per uscire da un sistema serve sempre una rivoluzione. Si crea un nuovo sistema dopo un periodo di caos. La storia dimostra che il nuovo sistema non sempre è migliore.… Se rimaniamo all’interno dello spettro democratico le possibilità che si presentano sono la triangolazione, l’apertura e la trasgressione. La triangolazione è appropriarsi di temi e posture dell’avversario. L’apertura è garantire che alcuni avversari vengano a lavorare con voi. La trasgressione è quella di superare le vecchie regole per crearne di nuove. Triangolare e aprire sono strade semplici e sono già state sperimentate. Senza efficacia. Trasgredire, è più difficile». Durante la campagna elettorale, il deputato non ricandidato de Les Republicains, Edouard Philippe, ha tenuto un diario su Liberation. Questo è un passaggio del suo ultimo articolo. In quello precedente criticava la direzione del suo partito per aver discusso per ore su quale atteggiamento adottare  al secondo turno.

Il messaggio contenuto nel passaggio di articolo che abbiamo tradotto è inequivocabile: in Francia deve saltare il quadro politico e il neo premier, proveniente dalle fila dell’area Juppé (moderata, diremmo) del suo partito, si candidava a essere parte della squadra che tenterà di rivoluzionare la Francia dopo che l’elettorato ha dato un colpo quasi definitivo ai socialisti e una botta ai Repubblicani. Nel suo articolo, il premier designato da Macron registra il terremoto politico e segnala come la Francia abbia urgente bisogno di cambiare. Dal punto di vista dell’offerta politica il discorso somiglia molto a quello del presidente.  E come profilo è perfetto: esperienza politica nazionale, esperienza amministrativa, preparazione Ena e poco carisma (ovvero poca ombra al presidente).  Che però non ha l’aria di uno che potrebbe essere fan di Bruce Springsteen o boxeur amatore, come lo stesso neo-primo ministro. Scegliere un alleato di Juppé, che è tutto sommato piuttosto popolare nella parte moderata del Paese, è un segnale a una parte della Francia che non ha votato Macron al primo turno. E uno sfondamento in territorio avversario, quello del partito tradizionale uscito più in forma dalle presidenziali – e ben messo per vincere le legislative. 

Il neo premier dietro il neo presidente

Stamane il premier uscente Cazeneuve si è dimesso dopo che Macron è entrato in carica, Philippe è andato nel suo ufficio all’Assemblea nazionale in taxi e il suo partito si è riunito di urgenza per capire come fare a incassare il colpo della razzia compiuta dal neo-presidente. La Francia è stata ad aspettare tutta la mattina un annuncio che si presumeva sarebbe stato fatto a inizio giornata e che, normalmente, non ha tanto valore: in passato quando vinceva il presidente di un partito tradizionale, più o meno si sapeva chi sarebbe stato premier e, comunque, si sapeva di che partito sarebbe stato.

Stavolta gli occhi e le telecamere erano tutti puntati su Matignon perché la scelta di Macron è un segnale.  Negli ambienti giornalistici c’è anche grande discussione sulla mancanza di fughe di notizie e di leaks sulla scelta: negli anni di Hollande e di Sarkozy ce ne sono stati tanti e sembra di capire che la comunicazione di Macron sarà molto controllata.

Quarantasei anni, giovane socialista e poi spostatosi a destra e divenuto fedele di Alain Juppé nel senso che ha fatto parte delle sue campagne e ogni volta che il sindaco di Bordeaux, ex premier ed ex ministro ha perso o si è dovuto fare da parte per ragioni giudiziarie, anche Philippe è andato a fare l’avvocato o a lavorare nel settore privato. E stavolta, lui che è anche sindaco di Le Havre, città della Normandia, porto commerciale più importante di Francia, dal 2010, si è sfilato dalla campagna Fillon e da quella elettorale. Oggi Macron scommette su di lui e sulla aspirazione comune di modernizzare e rivoluzionare la Francia su un terreno in teoria nuovo. La strada è molto stretta e difficile e la scelta di Philippe sembra essere quella di un presidente che mira a costruire un centro molto grande e a raccogliere consensi a destra, dopo aver fatto il pieno di quelli di una parte della sinistra al primo turno. L’immagine che si sceglie di trasmettere è quella di un gruppo di rinnovatori senza casacche storiche. Vedremo.

Certo è che su alcune grandi questioni le ricette di Macron non appaiono rivoluzionarie o di gran rottura. La Francia resta un Paese con un enorme settore pubblico – piuttosto efficiente a dire il vero – ma non è detto che la trasformazione del Paese passi davvero per un suo ridimensionamento. L’aspetto di grande senso dell’ipotesi Macron è quello relativo all’Europa e alla necessità di rilanciarla e rinnovarla. In questo senso la sua è una rottura con gli altri schieramenti che sono andati bene alle elezioni – Le Pen e Mélencon – che hanno piuttosto corteggiato il comprensibile scontento del pubblico francese nei confronti del traballante disegno europeo. Se si tratterà di una formula post tutto o di una formula centrista si vedrà: certo è che il centrismo in Francia non ha mai avuto enorme successo politico e il risultato del primo turno segnala che c’è un abbondante 50% che ha votato per candidati non di centro. E pure il voto utile a Macron magari nasconde qualche voto socialista perso già al primo turno ma non necessariamente convinto da uno schieramento al centro.

Macron ha anche nominato Alexis Kohler, 44 anni, segretario generale dell’Eliseo, Ismaël Emelien, 30 anni, stratega della campagna, come suo consigliere speciale e Philippe Etienne, ex ambasciatore a Bruxelles, Berlino, Mosca e membro dello staff di Bernard Kouchner, ministro degli esteri del governo Fillon tra 2007 e 2010 – Kouchner, fondatore di Medici Senza Frontiere è stato ministro anche del socialista Jospin.

Il campo del governo e della complicata costruzione di uno schieramento che sostenga il presidente vive le sue difficoltà con defezioni dalla lista dei candidati annunciati e una serie di posti ancora vacanti da usare come merce di scambio con personalità o con i partiti in cambio di sostegno. L’attenzione è soprattutto a raccogliere elementi di destra.

A sinistra Mélenchon punta a essere la faccia dell’opposizione al presidente e la scelta di un repubblicano come premier è in qualche modo un favore alla France Insoumis dell’ex socialista che oggi rifiuta accordi con il Partito comunista e con quello socialista, mostrando di voler essere colui che prova a fare un’operazione alla Macron nel campo della sinistra: demolire le forze esistenti e costruire un nuovo schieramento. La differenza è relativa alla capacità di costruire alleanze personali di Macron con quella di Mélenchon, che sembra escludere ex alleati e vicini (il candidato socialista Hamon) invece che radunarli.

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