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Listini bloccati per la quota di seggi assegnati con il sistema proporzionale: niente preferenze e neanche la possibilità di fare un voto disgiunto rispetto alla scelta che l’elettore fa già, sull’unica scheda che avrà nell’urna, per il seggio maggioritario che si assegna nel proprio collegio. Un collegio, peraltro, che il futuro parlamentare eletto nella quota uninominale conquisterà in un turno unico, senza ballottaggio, e quindi – molto probabilmente – con una percentuale ben lontana dal 50 per cento e gonfiata da un implicito e fortissimo appello al voto utile.

Anche volendo sorvolare sull’effetto maggioritario della legge (che è forte per via dell’assenza del voto disgiunto, come detto, e perché i seggi conquistati nell’uninominale non si sottraggono, “scorporano”, in nessun modo dalla quota proporzionale), una domanda bisogna farsela prima di dirsi favorevoli o contrari alla legge elettorale proposta dal Pd: è una legge che avvicina il cittadino alle istituzioni?

È una legge trasparente quella ideata dal Pd (con Verdini), e che si basa, evidentemente, su alleanze che saranno diverse da collegio a collegio (ed ecco perché favorirebbe il Pd, che può – a differenza dei 5 stelle – accordarsi a Milano con Pisapia per lo stesso candidato maggioritario e a Napoli, invece, magari, con Alfano, sempre per l’uninominale, spartendosi con l’alleato di turno la quota proporzionale)? È una legge trasparente quella che permette al candidato di un collegio uninominale di presentarsi anche in altri tre collegi seppur solo nel listino per il proporzionale?

Io sono un fanatico proporzionalista – non ne ho mai fatto mistero, semmai vanto – ma credo che il problema, in questo caso, dovrebbe porselo anche chi ama i premi di maggioranza e i più vari correttivi alla semplice (e per me prioritaria) rappresentanza. Ci sono leggi maggioritarie che stabiliscono però un rapporto strettissimo tra eletto e elettori. Questa legge farà almeno questo?

Di legge elettorale parliamo anche sul numero di Left in edicola

 

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