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La conta, mentre scriviamo, è a 31 morti, annegati nelle acque del Mediterraneo centrale, al largo del porto libico di Zuara. I soccorsi, in corso, si possono seguire grazie ai tweet di Chris Catrambone, fondatore dell’ong Moas.

«Non è la scena di un film horror, ma una tragedia della vita reale che si svolge oggi alle porte dell’Europa», ha scritto Catrambone, che ringrazia la Guardia Costiera italiana, che sta effettuando i soccorsi.

Sul barcone viaggiavano circa 500 persone, 200 delle quali sono cadute in acqua, con una dinamica ancora da chiarire (un’onda? l’eccessivo carico che ha sbilanciato l’imbarcazione?).

La tragedia, però, si innesca su settimane di polemica, sulle accuse alle Ong, compresa la Moas. La polemica è ripresa anche dai volontari del Baobab, che rilanciano un’accusa alla guardia costiera libica.

Un’accusa che investe anche l’Italia, però, nelle parole di Amnesty International. A tredici giorni dall’episodio denunciato dall’Ong tedesca Sea Watch, secondo cui la Guardia Costiera Libica ha interrotto un’operazione di salvataggio in acque internazionali, riportando circa 500 persone in Libia, anche Amnesty, infatti, esprime preoccupazioni: l’Italia starebbe aggirando i suoi obblighi internazionali, aiutando la Libia ad intercettare i migranti nel Mediterraneo.

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