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Arnaldo Cestaro dormiva al piano terra della scuola Diaz quella notte. Dopo la manifestazione del 21 luglio 2011 a Genova, l’attivista vicentino, allora 61enne, aveva bisogno di recuperare le forze. Ma l’irruzione della polizia lo ha catapultato nell’incubo della “macelleria messicana”, come la definì anni dopo il vicequestore Michelangelo Fournier interrogato dai magistrati. Cestaro era in piedi, spalle al muro e braccia alzate, ma non per questo gli furono evitati calci, manganellate, colpi alla testa, fratture agli arti e danni permanenti. Così è accaduto alle altre persone presenti alla Diaz e così nella caserma di Bolzaneto. «Ho visto l’orrore del nostro Stato» ha ripetuto negli anni. Anche dopo il 7 aprile 2015, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per le torture che gli sono state inflitte e per non aver introdotto il reato nel suo ordinamento. C’è chi lo ha definito “diritto penale del nemico”: dietro l’apparente definizione giuridica si cela la giustificazione di pratiche violente e disumane ai danni di persone in vinculis. Un autentico e feroce capovolgimento del principio della “legge uguale per tutti”.

Anche il Consiglio d’Europa, recentemente, ha fatto pressing sull’Italia perché si approvasse una legge, e un passo concreto in questa direzione è stato fatto: il 17 maggio il Senato ha approvato in terza lettura il disegno di legge che prevede l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano. Ora il via libera definitivo è nelle mani dei deputati. Il testo, però, non piace a tanti, in Parlamento – lo stesso promotore e primo firmatario del progetto originario, Luigi Manconi (vedi intervista a seguire), non l’ha votato – e tra le associazioni impegnate per la tutela dei diritti umani. «Pare scritta apposta per renderne difficile l’applicazione» lamentano in una nota Amnesty e Antigone. «È davvero triste che il Parlamento stia perdendo un’occasione storica di porre in qualche modo rimedio a 28 anni di inerzia sul tema».

Il punto ora è: farsi bastare la legge passata a Palazzo Madama e votarla così com’è alla Camera, affidando alla giurisprudenza la possibilità di colmare le lacune, o provare a modificarla subito con il rischio che termini la legislatura senza che l’Italia abbia una legge sulla tortura?

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