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Nelle pagine finali del rapporto Istat 2017 (quello con le nuove categorie sociali di cui tanto si è scritto) c’è una cosa che ha colpito il nostro interesse: un dettaglio, nella più vasta ricerca. Una sorta di appendice dedicata alla geodemografia che, come scrivono i ricercatori, «si fonda sull’osservazione che le popolazioni e i luoghi di residenza sono inestricabilmente legati».

«Sapere dove una persona risiede», spiega il rapporto, «fornisce informazioni sulle sue caratteristiche, dal momento che le persone e le famiglie con tratti simili tendono ad aggregarsi sotto il profilo spaziale». Ad esempio «emerge nettamente», continua l’Istat, «una differenza nelle distribuzioni del Centro-Nord e di quelle meridionali. Nei sistemi locali settentrionali circa la metà della popolazione risiede in unità territoriali connotate da un profilo medio». Al Sud, meno.

E noi di queste differenze scriviamo sul numero di Left in edicola da sabato 27 maggio. Dandovi dati e mappe, indicando gli effetti sulla vita delle persone della struttura urbana, e suggerendovi la lettura dell’ultimo saggio di Salvatore Settis, Architettura e democrazia, uscito recentemente per Einaudi. «Una gran quantità della popolazione residente in Italia (secondo alcune valutazioni, già intorno al 50 per cento) vive in periferie che divorano non solo la preziosa cesura città-campagna, ma la stessa idea di città», scrive lì Settis, «trasformandola radicalmente con un drammatico gioco al ribasso in cui lo sprawl urbano, l’assenza di servizi, l’abusivismo, il degrado, l’abbandono di edifici fatiscenti creano un paesaggio di assenze e di rovine: un processo che genera profitti ai detentori della rendita fondiaria, ai progettisti e ai costruttori, ma comporta solo perdite a chi abita quelle periferie, e soprattutto alla società nel suo insieme».

Ed ecco dunque spiegato il nostro titolo. Dimmi dove nasci, ti dirò chi sei, ma soprattutto chi sarai: «Chi in tali periferie nasce e trascorre infanzia e giovinezza finirà con il considerare “normale” quel desolato orizzonte», continua Settis, «e se avrà occasione di visitare un centro storico lo vedrà come estraneo, residuale, bizzarro, disfunzionale, residuale. Questo sarà il punto di vista di moltissimi italiani di domani». Italiani che somiglieranno alle nostre periferie: «Nuove ricerche di sociologi, psicologi, antropologi definiscono lo spazio in cui viviamo come un formidabile “capitale cognitivo”, che fornisce coordinate di vita, di comportamento e di memoria, costruisce l’identità individuale e quella, collettiva, delle comunità».

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Ne parliamo sul numero di Left in edicola e in digitale

 

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