Il fisico Giorgio Parisi è uno degli scienziati italiani più conosciuti nel mondo e per le sue ricerche nella fisica teorica e nella meccanica quantistica ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni si è battuto per far conoscere lo stato della ricerca in Italia, oppressa da tagli e da una politica miope rispetto al sapere e allo sviluppo. Nel 2016, sia nell’appello su Nature che nella petizione “Salviamo la ricerca italiana”, Parisi è sempre stato in prima fila con il suo generoso impegno. A distanza di un anno dalla raccolta di firme – ne sono state raggiunte 75mila – le cose sono cambiate? «Sono rimaste praticamente uguali», risponde amareggiato. «È un problema di carenza strutturale di fondi, quindi se non ci sono aumenti sostanziali di risorse, non cambia nulla. L’ultima erogazione per i Prin, i fondi a progetto per la ricerca, è stata di 90 milioni nel 2015, ma poi non si è visto più niente». L’anno scorso ci sono state mille assunzioni di ricercatori, «utili, certo, ma quest’anno non sono state seguite da altre mille assunzioni». Sono piccoli provvedimenti una tantum, continua Parisi, con i quali non si risolve la situazione. «Il numero di ricercatori che manca alle università e agli enti di ricerca rispetto a quella che è sempre stata una programmazione naturale a partire dal 2000, sarebbe di 15-20mila unità».
L’ideale, afferma Parisi, sarebbero stati 50 milioni di euro fissi ogni anno per i ricercatori e 100 milioni all’anno per i fondi a progetto. E se questo non è possibile, almeno si progetti per il futuro. «Sarebbe stato utile dire, magari con un piano scritto: “facciamo come i debitori, un programma di rientro, in maniera che dopo 5 o 10 anni sappiamo cosa vogliamo fare dei finanziamenti e i posti da ricercatori portarli sopra l’organico». Ma questo presuppone una cabina di regia, l’Agenzia nazionale della ricerca, ipotesi caldeggiata da molti scienziati, è ormai un’ipotesi sfumata? «Un’agenzia nazionale a fondo zero non serve a nulla – continua -. Avrebbe avuto un senso se fosse stato uno strumento nuovo, dotata di almeno 200 milioni l’anno. Che è però una cifra piccola se paragonata ai 4-500 milioni dell’agenzia francese o ai 6-700 milioni di quella svizzera».

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