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Per il suo Giulio Cesare al Central Park a New York a Oskar Eustis è stato accusato di istigare alla violenza, più precisamente, di fomentare l’assassinio di Trump

Ha i capelli di Trump. Gesticola come Trump. È vestito come Trump. “Cesare è Trump?”. Lo chiede il giornalista del New York Times al regista del dramma shakespeariano in questi giorni sul palco del teatro di Central Park, New York. “Certo che no. Giulio Cesare è Giulio Cesare” risponde Oskar Eustis. Eppure.
Eppure è stato accusato di istigare alla violenza, più precisamente, di fomentare l’assassinio di Trump perché ha messo in scena la tragedia dell’autore inglese, adattata ai tempi in cui viviamo, e il tiranno dell’autore britannico dei libri assomiglia troppo al tycoon americano alla Casa Bianca. Le critiche dei conservatori sono arrivate a valanga. A qualcuno questa vicenda ha ricordato quella della campagna fotografica dell’attrice Kathy Griffit a cui i contratti sono stati cancellati, con pubblico ammonimento e rimprovero collettivo, per le immagini che la ritraevano con le mani che reggevano la testa sanguinante del presidente americano. Ma Eustis ribatte che non stavano facendo niente del genere: “stavamo solo facendo Shakespeare nel parco, for God’s sake!”.
Gli sponsor, tra cui Bank of America, stanno cominciando a ritirare i loro fondi alla produzione. “Ventimila persone l’avevano già visto prima che finisse su Breitbart”, il sito di notizie di estrema destra che ha supportato e fatto campagna elettorale per Trump prima delle elezioni, ha fatto notare il regista. L’American Express ci ha tenuto a specificare con un tweet che loro finanziano il Public Theatre, ma non la produzione del Cesare di Eustis. I soldi li ha ritirati anche la compagnia aerea Delta.
“Questa produzione non odia Giulio Cesare, si prende gioco di lui”. Ma Eustis non è stato il solo. Dopo le elezioni presidenziali, “in tutto il paese, dall’Oklahoma all’Oregon, i teatri hanno scelto la tragedia di Shakespeare per parlare di democrazia, politica, potere, autoritarismo”. Si è fatto ricorso al Giulio Cesare ogni volta che la democrazia era in pericolo. Lo fece Orson Wells con la sua compagnia, il Mercury Theatre: Wells era Bruto, Cesare era un attore che ricordava Mussolini, l’ambientazione era quella dell’Italia fascista. Il secolo era lo scorso.
Nel suo discorso di apertura Eustis ha provato a spiegarsi ancora: “né Shakespeare né il teatro pubblico sostengono la violenza. Questo spettacolo al contrario, vi avverte su cosa succede quando si tenta di salvare la democrazia in maniera non democratica. Non finisce bene”.

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