Racconta di due ragazzine mulatte che cercano un riscatto ballando il tip tap in un sobborgo operaio di Londra all’inizio degli anni Ottanta. Torna nel suo North West londinese (al quale ha già dedicato NW e altre importanti opere) la scrittrice Zadie Smith con il suo ultimo romanzo Swing Time. Forse il suo romanzo più politico. Sotto il ritmo musicale della scrittura e la trama coinvolgente si scopre una profonda riflessione sulla blackness e sulle lotte operaie, femministe e antirazziste che negli anni Duemila sono andate incontro ad una profonda battuta d’arresto. Dopo la stretta thatcheriana ci ha pensato la terza via indicata dal blairismo a silenziarle. L’invenzione narrativa in Swing Time (Mondadori) dà corpo a una realtà che la cronaca non riesce a raccontare in profondità: la fine del multiculturalismo e la speculazione che ha fatto di quartieri come Brick Lane la nuova residenza upper class ostracizzando gli immigrati che da tempo lo abitavano. «La gentrification è un fenomeno macroscopico nel North West» racconta la scrittrice inglese Zadie Smith che abbiamo incontrato a Roma, alla vigilia della sua partenza per il festival degli scrittori che si tiene a Firenze e per Lignano dove  il 17 giugno riceve il Premio Hemingway.
Il North West di Londra da cui prende le mosse la storia di due ragazzine protagoniste di Swing Time, era un “villaggio” ancora vivo e vitale, nonostante tutto, come si presenta oggi?
I ricchi hanno invaso il quartiere, è un fenomeno che accomuna Brooklyn a New York con il quartiere londinese dove sono nata. La situazione immobiliare, la dice lunga. Negli anni Settanta-Ottanta era un quartiere abitato dalla classe media: i genitori dei miei amici nel 1980 potevano comprarsi una casa per 25-30mila sterline. Oggi la stessa abitazione vale 3mln di sterline e non sono neanche grandi. Sono piccole case tipiche. E questo dice che tipo di interesse ci sia. Prima vi abitavano giornalisti, medici, insegnanti, impiegati pubblici. Ora solo banchieri e chi lavora a livelli alti in finanza. È la storia recente di Londra. Andiamo ben al di là di una “normale” inflazione. Un quartiere va in pasto alla finanza e la collettività non esiste più. Non mandano i figli nelle scuole del quartiere. Vivono in mondi a parte. Assomiglia molto a quel che accade negli Stati Uniti dove vivo ora.
Nonostante la Thatcher, negli anni Ottanta la scena artistica inglese era molto vivace, nella musica, nel cinema, nella letteratura. Con esperienze politicizzate e di opposizione con il cosiddetto Red Wedge. Un’onda lunga che continua?
Anche venendo da fuori, oggi si coglie subito un fatto strano nel mondo dello spettacolo. Gli attori che sono sotto tutti i riflettori vengono dalla stessa classe medio alta degli esponenti di governo. E non era mai stato così in Gran Bretagna. Attori di qualsiasi estrazione sociale potevano tranquillamente emergere. Oggi non esistono più i corsi statali, non viene più data la possibilità a chiunque di entrare, tutto oramai è stratificato. L’unica cosa che è rimasta viva è la musica. C’è un forte hip pop nero, nato da quello che connotava l’East London, il North London. Non nasce più dalla periferia londinese ma dai quartieri che crescono ancora più lontano. Per fare hip hop non hai bisogno di nulla, nemmeno di uno studio. Puoi fare tutto in casa. Così continua a esistere. Per la scrittura, il discorso è purtroppo diverso. Non sono più riusciti ad emergere scrittori provienti dalla classe operaia. Oltre a me, Irvine Welsh e Hanif Kureishi non ci sono tante altre voci. Oggi emergono nuove voci solo dalle università. Anche lì c’è classismo. La scrittura inglese che viene dalla minoranza della working class è decisamente sempre meno forte, si sente sempre meno. Per una mancanza di possibilità di accesso. Non hanno la possibilità di farsi sentire. Questa almeno è la mia impressione, guardando da fuori. Tutte le volte che torno a Londra mio fratello mi dice: “Ma dai, non fare la depressa, ci sono cose che tutto sommato succedono lo stesso”. Però ho l’impressione che Londra viva di nostalgia, di remake del passato, è dominante nei programmi tv, dove addirittura spuntano serie che raccontano storie di nobili e dei loro servitori.
Come legge il forte segnale che hanno dato i giovani votando Jeremy Corbyn?

L’intervista alla scrittrice Zadie Smith prosegue su Left in edicola


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