L’attentato del 7 giugno a Teheran da parte dello Stato islamico manifesta un conflitto antico e radicato in Medio Oriente. Quella che si combatte dal cuore della Mesopotamia alle coste del Mediterraneo è una guerra epocale, che vede sì la contrapposizione settaria tra sciiti e sunniti – strumentalizzata per altro ogni qual volta è necessario – ma soprattutto una guerra di civiltà. Ed è in gioco la pretesa di influenza e supremazia in Medio Oriente da parte delle superpotenze, gli Usa e la Russia. È un’illusione ottica che sia l’Islam al centro del conflitto anche se questa è l’idea che vogliono accreditare i jihadisti, la destra occidentale ma anche gli stessi sauditi che reputano l’Iran una repubblica di miscredenti in attesa messianica che si manifesti sulla Terra il Dodicesimo Imam scomparso. La religione, di questi tempi, viene più usata che rispettata. Il cuore di questa guerra di civiltà è l’uomo stesso, che non vuole rinunciare alla sua terra, al suo diritto di sopravvivere, di decidere come scegliere il suo futuro senza che venga imposto da fuori.
Qual è il prezzo del sangue in Medio Oriente? Per comprenderlo, vale la pena ripercorrere cosa è accaduto in questi ultimi anni. Una storia che ci riguarda direttamente.

L’articolo di Alberto Negri prosegue su Left in edicola


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