Nella sua casa nel cuore di Firenze, invasa dai libri, Paul Ginsborg è un uomo decisamente contento. Ammette anche di essersi commosso di fronte al risultato del Labour. «Negli ultimi 40 anni abbiamo vinto pochissime battaglie, ma in sei mesi è accaduto per ben due volte», dice con il suo modo calmo di parlare ma con un sorriso raggiante. «Il 4 dicembre con la vittoria del No al referendum costituzionale e ora la vittoria di Jeremy Corbyn», continua il professore, docente di Storia contemporanea per tanti anni all’ateneo fiorentino. Una doppia nazionalità, britannica e italiana, militante da giovane nella sinistra radicale inglese, arrivato nel nostro Paese stabilmente all’inizio degli anni 90 e da allora attento osservatore delle evoluzioni e dei travagli della sinistra italiana, oltre che protagonista al tempo dei girotondi nel 2000 e più tardi nella preziosa ma sfortunata esperienza di Alba, Ginsborg è il personaggio ideale per parlarci sia del cambio di passo del Labour, dato per spacciato, sia dei movimenti attuali in Italia a sinistra del Pd.
Il problema che lo interessa moltissimo in questo periodo è quello che definisce “la forma della politica” (non solo il contenuto), un «lavoro teorico e pratico» che ha affrontato insieme con Sergio Labate nel libro Le passioni e la politica (Einaudi). «Come si può cambiare la tessitura della nostra politica, farla diversa da quella delle altre forze politiche, denunciare le passioni politiche negative – il narcisismo, la ricerca del dominio, l’invidia, e valorizzare quelle positive?», questo l’interrogativo. Fa subito una premessa: «In Italia, nella sinistra terribilmente frammentata e personalizzata, c’è una grande incapacità di esercitare autocontrollo e soprattutto ascolto – che è fondamentale per una nuova riforma della politica».
«Jeremy Corbyn non è una figura naturalmente carismatica, non è un santo, ha molti difetti», continua Ginsborg. «Ma quello che ha Corbyn, per me molto interessante, è la sua capacità di ascolto e di risposta. Lui non si arrabbia, eppure è stato oggetto di una massiccia campagna denigratoria da parte della stampa popolare britannica. Al contrario, con grande tranquillità risponde punto per punto. La gente che si aspettava, per come lo avevano dipinto, uno con il fuoco rosso che usciva dalle orecchie – continua ridendo – invece trovava una persona pacata. Credo che è questa pacatezza, che non è una categoria politica machiavelliana e non rientra negli schemi della politica italiana, ad aver fatto veramente breccia tra le persone».
Nessuno avrebbe scommesso su Corbyn, tutti davano per scontato che «quest’uomo era un disastro» anche gli stessi amici inglesi dello storico. «Li ho chiamati, stamattina, li ho presi in giro, “adesso dovete mangiare i vostri capelli”, ho detto loro, perché per loro era impossibile che un estremista come Corbyn potesse vincere in un Paese moderato come l’Inghilterra. E invece ha vinto, certo, non ha stravinto. Ma il Labour invece di scomparire come i socialisti francesi è andato vicinissimo alla vittoria». Ginsborg spiega che poi il sistema maggioritario “pessimo” inglese che fa il gioco di due partiti escludendo il terzo, ha incrementato ancora di più i Tories mentre in realtà solo due punti percentuali (42% contro 40%) dividono le due forze politiche. «Corbyn è riuscito a conquistare anche le chattering classes londinesi, quelle che formano l’opinione pubblica. Ma soprattutto l’hanno votato i giovani». E poi c’è anche un elemento passionale che ha giocato la sua parte, ammette il professore. «Corbyn ha svegliato le passioni politiche di molte persone che si erano rassegnate, anche perché la sinistra inglese, diciamolo, era talmente inserita nel neo-liberismo da non apparire come un’alternativa».

L’intervista a Paul Ginsborg prosegue su Left in edicola


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