Fuoco, morte e social media. Un uomo di 43 anni è stato arrestato per aver postato su Facebook la foto di una vittima della Grenfell tower che a North Kensington, il 14 giugno, è andata a fuoco.

Si chiama Omega Mwaikambo e, per aver violato la sezione 127 del Communications Act, è stato condannato a 3 mesi. Uno dei corpi carbonizzati che ha postato on line è diventato uno dei primi identificati delle vittime del palazzo. «Stamattina abbiamo visto la foto del suo corpo sui social media, la polizia non ne sapeva niente. Quella foto non doveva essere diffusa. La polizia ci diceva che non poteva dirci niente finché non aveva più informazioni». Era un 23enne rifugiato siriano, Mohammad Alhajari e suo fratello l’ha scoperto così – accendendo il computer – che era morto nella torre. Via Facebook.

I piani del grattacielo, come è noto, sono 23. Bambini e famiglie: sono ancora 70 i dispersi. Al floor 23 Rania Ibrham, 30 anni e due bambini piccoli, ha uplodato, mentre le fiamme divoravano l’edificio, un video su Facebook live. Ora i suoi amici la cercano sui social media, ma è ancora tra gli scomparsi. Floor 20: all’appello manca Jessica Urbano, 12 anni e su Facebook la cerca Ana Ospina: «per favore continuate a condividere la foto di mia nipote, non sappiamo dove sia».

Dopo il disaster, è la Grenfell fury, la furia che scorre nelle strade: centinaia marciano per protesta fino a Downing street urlando «May must go» e «giustizia per Grenfell». I pannelli che hanno causato il diffondersi delle fiamme così velocemente costavano al metro solo due pound in meno della variante più resistente e meno infiammabile. Altre informazioni del report sulla torre Grenfell non verranno diffuse fino a che non terminerà l’inchiesta – potrebbero volerci anni.

Per descrivere quello che è successo gli inglesi scrivono inferno e non semplicemente hell. Lo fanno i quotidiani britannici che da giorni si occupano in prima pagina ancora del fire, del fuoco al London tower block, diventato un alfiere bruciato nel panorama della città, un simbolo politico per dire no alla premier. Theresa may, stay away ha scritto qualcuno sul lunghissimo muro del pianto della city, dove ognuno lascia un fiore, una parola, un oggetto in memoria del suo lutto o quello degli altri.

«Una leader che ha troppa paura di incontrare il suo popolo è finita» ha scritto sul Guardian Polly Toynbee. «Quella tomba nel cielo sarà per sempre il monumento di Theresa May». Indica la fine della sua carriera, lei che con la sua visita «ha evitato qualsiasi contaminazione di contatto con il lutto e i nuovi senzatetto» e ha così «sigillato il suo destino. Quella torre è l’austerità in rovina. Il simbolismo in politica è tutto e niente definisce meglio l’era May-Cameron-Osborne. L’orrore dei poveri bruciati vivi a due passi dalle ville dei più ricchi del paese, molte delle quali vuote. Simboleggia perfettamente la politica degli ultimi sette anni».

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