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Si prepara un evento mediatico assimilabile alle fiction televisive che propinano preti detective e suore psicologhe. Stavolta il soggetto, incredibile a dirsi, è un don Milani misconosciuto, protagonista di un racconto che, fin dalle anticipazioni, promette acrobazie dialettiche e funambolismi narrativi da scuola Holden. Tanto per cominciare, il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli propone che le scuole pubbliche italiane dedichino almeno una giornata al ricordo di don Lorenzo Milani, che come dovrebbe esser noto, si augurava il fallimento della scuola pubblica e la propagazione dell’istruzione privata cattolica. Per dare l’esempio, il ministro si recherà in pellegrinaggio a Barbiana il  20 giugno, in occasione dei 50 anni dalla morte dell’autore della famosa Lettera a una professoressa. La storia del don Milani misconosciuto rimbalza sui giornali e ne dà una lettura esemplare lo storico cattolico Alberto Melloni (la Repubblica, 5/6/17), secondo il quale la democrazia e il cattolicesimo si sarebbero accaniti contro il priore di Barbiana, colpevole di aver perseguito strenuamente la realizzazione dell’art. 3 della Costituzione, quello sull’uguaglianza sostanziale tra gli esseri umani. Come narrano i biografi, all’inizio degli anni 50 don Milani cadde in disgrazia presso la gerarchia ecclesiastica toscana, per un conflitto politico interno alla Chiesa. La tensione diventò scontro aperto nel 1965, quando la sua lettera contro alcuni cappellani militari che avevano condannato l’obiezione di coscienza alla guerra fu pubblicata da Rinascita. Dunque, il priore di Barbiana fu isolato e dileggiato, per imperscrutabili e infallibili motivi, dalle alte sfere ecclesiastiche. Che cosa c’entrano la scuola pubblica e la democrazia con questa faida interna alla Chiesa? A meno che non si voglia insinuare che la legge non è uguale per tutti e che hanno sbagliato i giudici che l’hanno applicata in seguito alla denuncia per apologia di reato da parte di alcuni ex combattenti. Eppure si sa che il processo di beatificazione di don Milani è iniziato al di fuori della Chiesa, in quel comunismo italiano che, per motivi imperscrutabili e fallibili, l’ha eletto a eroe popolare che lottava contro il sapere in mano alle élites. La Lettera a una professoressa è stata assunta come il vangelo della pedagogia moderna e futuribile ed è stata usata come una clava per tacitare ogni tentativo di opposizione alle cosiddette riforme che hanno demolito la scuola pubblica e l’università da Luigi Berlinguer ad oggi. Nonostante questi danni, tra i docenti di scuola, isolati e rancorosi come il priore nel Mugello, non sono pochi quelli ammaliati dalla prosa violenta e ultimativa di don Milani, pronti a identificare il bersaglio polemico della Lettera con il collega della classe accanto. Ma in quanti hanno letto davvero quel libro pieno di odio contro la scuola pubblica? Quanti si sono accontentati di qualche citazione sull’uguaglianza e sulla giustizia? Finalmente papa Bergoglio (anche lui a Barbiana il 20 giugno) ha fatto chiarezza, riportando don Milani tra le icone del movimento cattolico. Intervenendo, lo scorso aprile, in collegamento esterno con la Fiera dell’editoria a Milano, in occasione della presentazione dell’opera omnia di don Milani, ha citato alcune sue proposizioni per ricordare che non fu mai un ribelle nei confronti dei dettami della Chiesa, ai quali si piegò sempre, né un comunista mascherato, perché la sua idea di uguaglianza non era per questo mondo.

L’articolo di Giuseppe Benedetti è tratto da Left in edicola


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