Il giorno stesso delle celebrazioni del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese, il nuovo governo di Carrie Lam giurerà. Nessuno pensa che sarà più democratico, anzi. Ci sono forti possibilità che farà diventare legge l’articolo 23 della Basic Law, così la libertà d’espressione e quella di associazione saranno ulteriormente represse». A Hong Kong, Au Loong Yu è un attivista rivoluzionario di lunga data, tra quelli più in vista. Ha partecipato alla cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli del 2014 (che rivoluzione non fu), ma è stato presente in qualsiasi sommovimento precedente a quella stagione di lotta. Oggi, mentre si avvicina l’anniversario del 1 luglio 1997, quando il Regno Unito “restituì” la propria colonia alla Cina, fa il punto sulla situazione della Zona Amministrativa Speciale.
L’articolo 23 della Basic Law – la mini costituzione di Hong Kong – prevede che il governo locale vari apposite leggi «per proibire qualsiasi atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo centrale del popolo [cinese, ndr] o furto di segreti statali, per vietare a organizzazioni o organismi politici stranieri di svolgere attività politiche nella regione e per proibire alle organizzazioni o agli organi politici della regione di stabilire legami con organizzazioni o organismi politici stranieri».
Il varo di tali leggi restrittive è stato eluso per molti anni a causa delle proteste. «Ma ora si teme che lo faranno», dice Au.
Come ogni anno, in occasione dell’anniversario ci sarà la manifestazione di protesta indetta dal Civil human rights front, un raggruppamento plurale e moderato. «Tuttavia quest’anno si percepisce molto nervosismo da parte del governo, perché è stato ipotizzato che alle celebrazioni possa partecipare anche il presidente cinese Xi Jinping», dice Au. Ma se non ci saranno provocazioni, tutto dovrebbe svolgersi pacificamente. La gente è molto demoralizzata».
La presenza del capo di Stato e segretario del Partito comunista cinese sembra data ormai per assodata. Per il presidente sarà la prima visita nell’hub finanziario asiatico dalla salita al potere nel 2013 e quindi anche la prima dalle manifestazioni per il suffragio universale che bloccarono il centro della metropoli per 79 giorni, portando alla ribalta il malcontento contro la crescente influenza di Pechino sulla politica locale. Dalla piazza emerse soprattutto una nuova generazione di attivisti per la democrazia, impersonificati nella figura di Joshua Wong, all’epoca appena sedicenne. Le ragioni politiche si intrecciavano con quelle economiche. Non soltanto i dimostrati chiedevano il suffragio universale per l’elezione del capo del governo locale. Oggi infatti il chief executive, tanto per ricordare la preponderanza dell’economia, viene nominato da un comitato composto in parte da parlamentari locali e in parte dai rappresentanti delle professioni e delle élite industriali e finanziare. Le manifestazioni prendevano di mira la pretesa di Pechino di poter aver l’ultima parola sui candidati, di fatto ponendo un argine a possibili governi che andassero contro i desiderata cinesi…..

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