«Fence or wall? Sarà un recinto o un muro?» chiede il giornalista. Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, è in difficoltà mentre mostra diverse barriere sullo schermo durante la conferenza stampa a Washington. «Questo si chiama muro bollard, muro a colonnette, questo levee wall, muro argine, questo proteggerà il nostro Paese».

Che muro sarà quello di Trump al confine con il Messico? Duemila miglia da recintare e un budget di 341 milioni di dollari. Andrà a sostituire la “barriera porosa” dell’amministrazione Bush, costruita con il Secure Fence Act del 2006, anche se in parte quella costruzione fu terminata sotto mandato di Barack Obama, quando un altro progetto è stato avviato ad El Paso.

Trump avrà il suo «big, beautiful wall» e sopra ci attaccherà dei pannelli solari: «Così il Messico pagherà meno», anzi, così «il muro si ripagherà da solo». «Parliamo di qualcosa di unico» dice il presidente degli Stati Uniti d’America gesticolando come un venditore di strada: «Parliamo del confine meridionale: tanto sole, tanto caldo! Parliamo di un muro che creerà energia! Più alto sarà il muro, più varrà! Questa è una mia idea, io ho una buona immaginazione». Intorno a lui la folla con i cartelli al Cedar Rapids, Iowa ride e non la smette di applaudire. Alzano cartelli su cui c’è scritto “America is with you”, l’America è con te.

Il muro contro la migrazione clandestina dal Messico è stato il suo cavallo di Troia per vincere la battaglia elettorale contro Hillary Clinton alle elezioni presidenziali, quelle per cui lui a Washington ora è sotto assedio per la Russian connection.

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