L’idea che le leggi razziali del 1938 fossero una conseguenza di quell’avvicinamento tra Hitler e Mussolini culminato nel Patto d’acciaio del 1939, non regge all’analisi storica. L’Italia, infatti, aveva una propria tradizione di pensiero razziale risalente a ben prima di quei fatidici anni. Nutrito da figure quali i celebri economisti Pareto e Maffeo Pantaleoni, lo statistico Gini, Rocco e Agostino Gemelli, il razzismo fu infatti una componente significativa del pensiero sociale italiano. Vale la pena di ricordarlo, oggi, anche perché non ha altro fondamento, se non quello razziale, l’idea che l’identità dei membri di un popolo possa essere definita su base biologica, e dunque quest’ultima debba figurare come requisito per l’acquisizione della cittadinanza.
In tema di cittadinanza si hanno due principi: il primo, quello seguito da Paesi quali Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, riconosce sotto alcune condizioni lo ius soli, cioè muove dall’idea per la quale la cittadinanza è assegnata a chi nasce sul territorio nazionale. Il secondo principio, quello che vige in Italia e che il Senato – nonostante l’opposizione della destra e del Movimento 5 Stelle – si spera riesca finalmente ad abolire, è basato all’opposto sul ius sanguinis: è cittadino chi, nato in Italia o all’estero, è di discendenza italiana e non lo è, salvo il verificarsi di alcune condizioni, chi nasce sul territorio italiano da genitori che non sono già cittadini del Paese. Quest’ultimo principio tradisce la sua origine nel pensiero razziale: non contano la lingua, la cultura, l’istruzione, o anche il periodo più o meno lungo di permanenza nel Paese, ma vige un’idea per la quale vi sarebbe, come indica la dizione stessa, un diritto alla cittadinanza italiana che si dovrebbe trasmettere per via fisico/biologica. Chi ne è privo è pertanto costretto a vivere una condizione diversa, con meno diritti, in conseguenza appunto di una circostanza a carattere genetico.
Ora, a parte il fatto …

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