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L’Italia conta un milione di poeti recensiti e una miriade di festival dedicati a questa arte, niente affatto desueta. La rassegna La punta della lingua, dal 2 al 9 luglio ad Ancona, ci offre l’occasione per tentare una ricognizione

L’estate nel nostro Paese tornano puntuali il caldo da tropici, le diete, il neo-noir sotto l’ombrellone e anche i festival e reading di poesia. Così dal 2 al 9 luglio ad Ancona tra i monumenti storici della città e la Baia di Portonovo si svolge un festival di poesia, “La punta della lingua”, giunto alla XII edizione (con trasferta a Recanati sui luoghi leopardiani, soprattutto al colle dell’Infinito).
In otto giorni più di quaranta autori, nazionali e internazionali (Tiziano Scarpa, Antonella Anedda, il poeta inglese Jan Noble…): letture, eventi, presentazioni, gare di Slam Poetry, perfino dentro una casa di reclusione.
La domanda è: manifestazioni del genere servono a creare quel pubblico della poesia che non esiste da decenni, o meglio che si identifica con un (fantasmatico) milione di poeti (ufficialmente recensiti!), una moltitudine di autori cioè impegnatissimi a pubblicare, anche con editori infimi e a pagamento, ma che, fatalmente, leggono solo se stessi? Difficile dirlo. Il programma è fittissimo e non privo di interesse, solo con qualche incongruenza (va bene Walter Siti come critico di poesia, ma che c’entra qui il suo ultimo romanzo, che ha avuto un grande exploit mediatico ma che – fortunatamente – pare ignorato dal pubblico?). E forse Tiziano Scarpa è più memorabile come estroso, sulfureo saggista che come poeta. Ma ci si riconcilierà tutti intorno a un “menu leopardiano”. Spicca tra le altre cose l’omaggio a Bob Dylan, affidato a uno studioso, poeta e finissimo critico della poesia del valore di Alessandro Carrera. Però peccato non averlo messo a confronto con un detrattore del Nobel a Dylan, come ad esempio Magrelli,
Dunque un pubblico indubitabilmente di massa – quello della poesia – però singolarmente inappetente, autoreferenziale, perlopiù incolto (scrive versi molto più che leggerli). Eppure ci si forma un gusto personale, e si coltiva una propria eventuale vocazione lirica, solo attraverso la lettura. Anche perché la critica di poesia nel nostro Paese tende a latitare (trovo particolarmente penose le quarte di copertina di libretti di poeti esordienti firmate da Luzi, Giudici, etc, e evidentemente scritte per ragioni “alimentari”). Segnalo allora velocemente ….

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