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L’ipotesi di chiudere porti e frontiere ai cittadini extracomunitari non è solo una questione di miopia politica e/o di carenza di umanità (che a volte sfocia in vera e propria xenofobia) delle istituzioni e dei partiti di destra e centro. Se dovesse tramutarsi in realtà potrebbe costare oltre un miliardo e mezzo l’anno alle casse dell’Inps. È stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a gettare il sasso nello stagno con una simulazione resa pubblica durante la presentazione della Relazione annuale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale di mercoledì a Montecitorio: se dovesse essere impedito l’accesso a nuovi migranti, questa “politica” fino al 2040 potrebbe costare alle casse dell’Inps 38 miliardi. In pratica, ha detto Boeri avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate agli immigrati «con un saldo netto negativo di 38 miliardi». Insomma, ha osservato Boeri davanti al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, «una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i contri sotto controllo». Le considerazioni del presidente Inps hanno scatenato il consueto vespaio di polemiche dal profilo infimo da parte dei soliti politici terrorizzati da una inesistente «invasione» (termine che ormai alcuni usano come sinonimo di immigrazione). Non riteniamo sia il caso di rilanciarle. Ci sembra invece più importante e interessante riportare le parole equilibrate che Boeri ha pronunciato durante Tutta la città ne parla la trasmissione di Radio Tre condotta da Pietro Del Soldà.
«Il tema dell’immigrazione è molto controverso, quindi suscita sempre reazioni molto sanguigne. Io però penso che sia molto importante dire la verità agli italiani» ha esordito Boeri: «Senza gli immigrati l’Inps crollerebbe, lo abbiamo dimostrato con la nostra simulazione». E per quale motivo il nostro sistema sociale fallirebbe? I problemi di fondo sono due: «Il primo è che le persone vivono più a lungo e quindi si pagano molte più pensioni rispetto a prima e così il sistema non riesce più a reggere». Il secondo è che a causa della lunga crisi economica e del calo demografico ci sono sempre meno lavoratori quindi sempre meno contribuenti. E qui arriviamo al ruolo degli immigrati. Il sistema pensionistico si regge sul fatto che chi lavora paga le pensioni di chi le riceve. «Gli immigrati che oggi lavorano stanno versando i contributi delle nostre pensioni» rimarca Boeri. Quelli che arrivano in Italia sono sempre più giovani: il numero degli under 25 che contribuisce all’Inps è passato dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. Si tratta quindi di 150 mila contribuenti in più ogni anno. Numeri che compensano tra l’altro il continuo calo delle nascite: «Le natalità sono sempre più in diminuzione» spiega Boeri, se anche dovessero essere approvate tutte le proposte di sostengo alla genitorialità «ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati comincino a lavorare».
«Gli immigrati invece sono già qui da noi e non diamo loro la possibilità di lavorare in modo regolare e quindi di pagare i contributi». Non dando agli immigrati la possibilità di lavorare togliamo quindi loro la possibilità di versare contributi. Contributi che invece potrebbero fare la differenza per la nostra economia e per il nostro sistema pensionistico. È falso poi e priva di basi statistiche l’affermazione – anche questa molto in voga specie presso la destra, estrema e non – secondo cui i lavoratori stranieri portino via il lavoro agli italiani. «Gli stranieri fanno lavori diversi, con retribuzione diverse. Studiando il fenomeno dei lavoratori stranieri si è notato che “inizialmente (i lavoratori stranieri) pagano poco perché hanno dei salari molto bassi, sono circa 2800 euro all’anno, ma poi hanno delle progressioni molto rapide e in soli dieci anni danno dei contributi importanti per il pagamento delle nostre pensioni». E qui una stoccata al fallimento delle politiche di accoglienza. «Quando arrivano i rifugiati li teniamo per due anni in centri di accoglienza in cui non sono nelle condizioni di poter lavorare e quindi di poter contribuire. Sarebbe molto più lungimirante cercare di integrare subito queste persone, di farle lavorare. Sarebbe una cosa utile per loro e sarebbe una cosa utile per i nostri pensionati». Il presidente dell’Inps pensa quindi che l’Italia dovrebbe puntare nell’integrazione nel mondo del lavoro. Un processo che certamente richiederebbe tempo e che comporterebbe dei costi, ma che è necessario. E non più procrastinabile.

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