Il nostro critico Filippo La Porta è stato severo con lui, scrivendo che Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) gli aveva suscitato in eguale misura ammirazione e noia. “Ammirazione perché questa storia di neve, rocce e sassi squadrati è nata dalle viscere dell’autore, e perché per essere moderni non occorre parlare di smartphone, computer e ipermercati. Qui l’autore riversa tutto il suo amore per la montagna da quando i genitori decisero di andare a vivere vicino al Monte Rosa ( poi da lì deciderà di visitare quasi in pellegrinaggio le 8 montagne più belle del mondo). Noia perché è un libro che, nella sua indubbia sincerità, trasuda retorica. All’inizio vediamo i genitori del protagonista, Pietro, un ragazzo solitario, in una Milano anni ’70 con scontri di piazza e case popolari sovraffollate. Non ne possono più, della metropoli e del logorio della vita moderna”. E poi rincarando la dose: “Infatti si trasferiscono nel paese di Grana, dove un “mondo artico” incombe sui pascoli estivi. Il padre subisce una metamorfosi: quando torna la sera dalle sue lunghe passeggiate, impolverato e bruciato dal sole, è “stanco e felice”, anche se odia gli sciatori, perché è offensivo scendere per la montagna senza la fatica di salirci. Quando si mette sulle sue ginocchia il figlio lo trova “allegro e loquace, tutto l’opposto del padre di città”. Ed è lì che anche il figlio scopre la sua vocazione per la montagna, che poi lo porterà fino sul Tibet. Lassù in alto infatti non ci sono “Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto…”. Romanzo di formazione, poiché la montagna è un sapere e uno stile di vita. E anche la storia di un’amicizia intensa, tra Pietro e Bruno, che si siedono al tramonto con mezzo litro di vino rosso a rievocare la loro infanzia.Verso la fine entra in scena una camoscia ammazzata da due perfidi cacciatori: scuoiata e decapitata “sembrava molto più piccola adesso”. Va bene, Gide si sbagliava, la letteratura si fa anche con i buoni sentimenti, però lo scheletro di Bambi che penzola dal ramo dell’albero no, vi prego!”.
Per certi versi, difficile non dargli ragione. Ma da lettrice che non ama la letteratura di montagna, che anzi alla contemplazione della natura è del tutto refrattaria, devo ammettere che Cognetti riesce a comunicare qualcosa che va al di là della trama, forse un po’ prevedibile, del romanzo. Ci riesce non per una celebrazione esornativa del paesaggio, ma per come racconta in profondità i rapporti umani e la separazione, come coraggiosa scelta di guardare  l’altro da lontano per cercare di conoscerlo… Così dopo la morte del padre il protagonista, Pietro – che a trent’anni e passa si accorge di aver fatto scelte diversissime da lui – si mette sulle sue orme per ricostruirne le mappe di viaggio in montagna. Come un perfetto sconosciuto, ma con profondo desiderio di sapere. E’così che un padre e un figlio – nella memoria viva di quest’ultimo – smettono di essere tali e diventano compagni di cordata. E’ così che la natura è solo un termine astratto che usano i cittadini mentre per chi abita la montagna essa parla con una lingua viva fatta di ruscelli, pietre, rovi . Il punto è cercare la parola giusta, parole che non sono pietre, che non sono ciottoli vuoti. Per chi vuol sentirle risuonare c’ è questa prosa limpida,  forse naif, ma dotata di una schiettezza irresistibile. Che finalmente fa riscuotere a Cognetti il successo che avrebbe meritato una delle sue opere più vere e vibranti, Sofia si veste sempre di nero.
Ecco il video della presentazione del libro di Paolo Cognetti organizzata dalle Biblioteche di Roma a cui abbiamo partecsipato

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