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Il sultano che un anno fa si è salvato grazie a uno smartphone e un video ritrasmesso dalla Cnn turca, ora ripete più volte dal palco alla folla oceanica, come la regina di Alice del paese delle meraviglie: tagliategli la testa. «Il golpe del 15 luglio 2016 non è stato il primo attentato contro il nostro paese, non sarà l’ultimo. Ma prima taglieremo le teste dei traditori, taglieremo le loro teste» dice Tayyip Erdogan. È questo il dizionario del presidente della Turchia.

Era previsto che il suo discorso cominciasse alle 2.32 di notte, l’esatto momento in cui l’attacco aereo 365 giorni fa colpiva il Parlamento, durante il tentativo di colpo di stato, ma Erdogan ha tardato di 49 minuti. Non ha colto l’attimo, ma è comunque diventato l’uomo del momento, di nuovo: alla commemorazione c’erano decine di migliaia di persone. Festeggia anche chi non vorrebbe, per paura di essere accusato di complicità. Per Erdogan il 15 luglio, un anno dopo, è il giorno della sua resurrezione, del suo destino ed è anche la fine del ramadan. Le bandiere turche coprono edifici di 20 piani. È celebrazione totale sul Bosforo. Da quella notte la repubblica di Erdogan ha vacillato ogni giorno di più, per poi smettere di esistere a poco a poco.

«I prigionieri dovrebbero essere vestisti come a Guantanamo», continua il dittatore. La folla applaude. Ha invitato ad ascoltarlo 300 giornalisti stranieri: russi, tunisini, egiziani, sudanesi, bosniaci, kirghisi, boliviani, argentini e pakistani. Gli occidentali si contano sulle dita di una mano.

La stessa notte di un anno dopo suona la musica e sventolano le bandiere contro chi ha fallito. Del putsch che non è riuscito è accusato Fethullah Gulen, con altre 50mila persone ora in prigione e 150mila licenziati. Ce ne sono altri, che tentano la via dell’esilio. Tra gli arrestati dell’ultimo mese spiccano due figure apicali di Amnesty international: il presidente dell’organizzazione locale, l’avvocato Taner Kilic, che in aprile aveva difeso il blogger italiano Gabriele Del Grande; e più di recente, dieci giorni fa, l’intero vertice di Amnesty Turchia, compresa la direttrice Idil Eser.

Nel 2016 250 persone sono morte per essersi opposte al tentativo di “ecoup d’etat” e sono diventate oggetto di culto organizzato dallo Stato: «Fino al 15 luglio erano i nostri figli, dal 16 sono i figli di tutta la Turchia» ha detto a Liberation la madre di uno dei 250 sehit, quelli che chiamano i martiri turchi, soldati e poliziotti che hanno «perso la vita per il paese: ora scuole, strade portano il loro nome».

«Devono pagare, noi chiediamo le esecuzioni» è la chiamata per la vendetta del presidente, che cita sermoni del Corano su traditori, martirio e resistenza. Per il nemico vuole la pena capitale. La martirologia fa parte della propaganda del leader, della storia di un Paese: «Il presidente Erdogan ha reso il 15 luglio la data commemorativa della nuova Turchia e del suo regime, i martiri di questa Turchia donano sacralità, una sacralità per i suoi abusi. Regolarmente Erdogan evoca il dovere di vendicare quei martiri, per giustificare tutte le operazioni eccezionali compiute in stato di emergenza» dice il politologo Ahmet Insel.

Temmuz, luglio è la parola del potere: quello che fa il sultano è proporre l’epopea del 15 luglio in televisione e sui giornali, per convincere il popolo turco di essere l’uomo della provvidenza e quella di Temmuz sarà ogni volta la festa della democrazia e unità nazionale.

Kemal Kilicdaroglu ha la stessa bandiera turca rossa e un’altra parola: adelet, giustizia. Ha guidato una marcia per quasi 500 chilometri d’asfalto, è stata percorsa da centinaia di migliaia di persone che chiedevano un altro volto per il loro paese ed è riuscito a mettersi a capo di un’opposizione divisa e del partito ereditato da Mustafa Kemal Ataturk. «Faremo uscire Erdogan dal suo palazzo, vinceremo le elezioni del 2019» ha detto, proprio quando, prima di tutto questo, la sua carriera sembrava essere al crepuscolo. Due Turchie, due in una o una dentro l’altra.

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