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Sono 20 gli anni di carcere che dovrà scontare Massimo Carminati. La notizia è di oggi: intorno alle 13 sono arrivate le condanne per il maxi-processo di Mafia Capitale, durato 2 anni e 240 udienze. “Solo” 20 anni per l’uomo che negli ultimi 40 anni è stato protagonista della storia nera del nostro Paese. Carminati ha attraversato, con il suo potere, la storia italiana, cambiando faccia di volta in volta: è stato un terrorista di destra, è stato uomo della Banda della Magliana e ha avuto un ruolo chiave nei processi per la strage di Bologna e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Massimo Carminati è il perno del potere di Mafia Capitale, l’uomo intorno a cui gira l’enorme criminalità organizzata della Capitale.
Ma il suo potere da cosa deriva? L’ha raccontato Lirio Abbate nel documentario L’uomo nero, in cui, insieme a Guy Chiappaventi e Flavia Filippi, ha ripercorso la storia criminosa di Carminati. Con documenti inediti viene raccontato il furto più importante degli ultimi decenni: quello avvenuto nel 1999 al caveau della Banca di Roma, organizzato e diretto da Carminati stesso, mentre era sotto processo insieme ad Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli.

«Quel furto ha modificato il percorso politico e giudiziario del nostro Paese» ci spiega Lirio Abbate. «Ufficialmente sono stati rubati solo gioielli e denaro, però quelle cassette appartenevano a magistrati e avvocati impegnati in indagini delicate: dall’omicidio Pasolini, alla strage di Bologna fino al rapimento di Emanuela Orlandi». Un furto mirato quindi, per indebolire e ricattare chi stava indagando sui misteri (ancora irrisolti) del nostro Paese e che rende Carminati un “intoccabile”. «Quello che si racconta» dice Abbate, «è che Carminati fosse alla ricerca di documenti riservati che, secondo i testimoni, servivano a ricattare i magistrati».
Nel documentario L’uomo nero ci sono audio e video inediti, in cui per la prima volta si vede e si sente la voce di Carminati, per capire come opera, come agisce quest’uomo che è purtroppo «diventato una leggenda nella criminalità organizzata romana». Nel furto al caveau del 1999 non tutte le cassette di sicurezza vennero aperte: Carminati era in possesso di una lista in cui erano elencate le cassette in cui effettuare i furti. «Ed è proprio da questo che deriva il potere di Carminati», prosegue Abbate «dall’essere stato incaricato da qualche apparato di rubare questi documenti. Di essere stato quindi il braccio operativo di un furto del genere, di essere servito a qualcuno che ha voluto effettuare un furto che le vittime non hanno avuto il coraggio di denunciare».

Da questo deriva l’inquietante potere di Massimo Carminati, nella cui condanna oggi è stato cancellato il reato di associazione mafiosa: Carminati quindi è un delinquente come tanti altri e a Roma la mafia non esiste. Le condanne annunciate oggi sono pesanti, ma viene eliminato il 416 bis. Per “il nero” – così era soprannominato all’interno della Banda della Magliana -, l’uomo che ha attraversato una bella fetta di storia di stragi e delitti del nostro Paese, che è passato dal terrorismo, alle lotte armate tra bande, ai rapimenti, il reato di associazione mafiosa non c’è. E così si conclude il maxi-processo di una mafia che a quanto pare non è mai esistita. Restiamo in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza.

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