La città si è già svuotata. Il traffico scorre più regolare. Non ci sono più ingorghi, andare da una parte all’altra della città è diventato facile e veloce. Fa soltanto molto caldo. Ma non sembra più esserci il problema del caos quotidiano, dei gesti e dei percorsi che si ripetono ogni giorno per andare al lavoro e poi tornare.

Tutti pensano al riposo estivo, alle settimane da passare con la famiglia e gli amici. Però in questi giorni c’è un altro pensiero… piccolo, nascosto ma… sempre presente. La terza settimana di luglio è stata per anni, per me e per tanti altri, un tempo di separazione. Era l’ultima settimana dell’anno “accademico” ed era segnata in un colore nero e verde su un calendario particolare, che segnava solo quattro giorni lavorativi a settimana, in colore nero, e poi 3 giorni in colore verde, il venerdì, il sabato e la domenica. Non esistevano feste religiose e nemmeno quelle civili su quel calendario: solo la festa (laica) del primo dell’anno. Un’alternanza continua di 4 giorni scritti in nero e 3 giorni scritti in verde. Poi, improvvisamente, alla fine di luglio il verde prendeva il sopravvento. Per 6 settimane… 5 settimane quest’anno… ci sono solo giorni verdi. Poi, alla fine di agosto, di nuovo l’alternanza nero e verde… È restato sempre sostanzialmente lo stesso da quando è stato ideato. Internamente cambiavano i giorni della settimana e la copertina con il nuovo numero dell’anno. I disegni ad accompagnare i mesi dell’anno sono sempre rimasti quelli. Anche le settimane del verde estivo sono sempre state 6. Quest’anno sono 5. Quel calendario, avrà capito il lettore, è stato ideato e disegnato da Massimo Fagioli tanti anni fa.

Quelle settimane verdi erano il tempo della separazione estiva, il tempo nel quale non si tenevano i seminari di Analisi Collettiva. Nel 2016 era aumentato il tempo dei seminari, una settimana in più a fine agosto.

Massimo Fagioli era molto attento al tempo e ai numeri che lo rappresentavano. Ricordo bene che quando è capitato di festeggiare insieme il capodanno, alla mezzanotte la prima cosa che faceva dopo aver brindato era aprire il foglio del nuovo calendario del nuovo anno appena nato.

Il vecchio era finito. Andava immediatamente chiuso e messo da parte per fare spazio al nuovo. Non c’è mai stato spazio per i rimpianti con Massimo Fagioli. Le sue separazioni erano radicali! Senza compromessi!

Una volta in una delle tante interviste gli chiesero: «Ma se tu dovessi lasciare improvvisamente la tua casa potendo portare una sola cosa, cosa porteresti via?». E lui disse «niente!».

È la separazione ciò che fa l’umano. Ma essa separazione deve essere con e perché c’è stato prima un rapporto.

Massimo Fagioli ha scoperto la pulsione di annullamento perché non sapeva fare la pulsione di annullamento. Le sue separazioni erano sempre creazione di qualcosa di nuovo. Ricreava se stesso e spingeva gli altri a fare altrettanto. In tutti i suoi scritti, a partire da Istinto di morte e conoscenza, c’è un’idea semplice e rivoluzionaria: è con la separazione che si realizza l’identità personale di ognuno. Perché è la separazione ciò che ci permette di realizzare noi stessi in maniera unica ed originale.

È la separazione che fa il nuovo superando il vecchio senza annullamento.

È quando si nega o si annulla la separazione che vengono i problemi… e ciò accade perché si nega o si annulla il rapporto precedente la separazione.

Quando la separazione è per annullamento, l’altro e il rapporto con l’altro vengono cancellati. Compare il vuoto interno che non è passività. È il risultato di un’attività. È il risultato della pulsione di annullamento. La separazione allora è senza affetti. È come se non fosse accaduto nulla. Ma in realtà dentro c’è il vuoto. Si è un po’ meno umani di prima.

Quel verde dei giorni d’estate è un invito alla bellezza…. Un invito a realizzare se stessi nella separazione. Se poi quella bellezza non c’era ancora Massimo Fagioli vedeva al di là. Spingeva alla ricerca. Sapeva che era una questione di tempo e il verde della vita felice sarebbe tornato. Lui avrebbe lavorato, come ha sempre fatto, con la certezza della bellezza degli altri. Qualche giorno fa, mia figlia Melania mi ha mostrato come si fa un cuore con le mani. Si uniscono i pollici e si mettono le altre dita piegate. Poi mi ha detto che in realtà quel cuore, fatto così con le mani, è un vestito.

Forse mi ha detto che i bambini sono così: il vestito che hanno nel rapporto con gli altri, il modo come si propongono agli altri, è fatto solo di cuore. Non c’è ragione. Non c’è utile. C’è solo l’amore per gli altri. I bambini hanno assoluta fiducia negli altri. Non concepiscono la cattiveria.

Penso sia questa la grande idea rivoluzionaria. La cattiveria e la stupidità non sono naturali.

Massimo Fagioli lo aveva compreso. E l’ha raccontato al mondo.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


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