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La marcia delle candele nelle cento città ha fermato le leggi che avrebbero tolto l’indipendenza ai giudici. Il capo di Stato ha infatti votato no. Ma la premier Beata Szydlo vuole andare avanti. Una terza legge minaccia il sistema giudiziario

Konstytucja. Costituzione. C’è scritto sui cartelli che agitano i ragazzi polacchi in quest’estate poco calma e poco calda per le strade di Varsavia, per salvare la separazione dei poteri del loro Stato, urlando: «Libertà, uguaglianza, democrazia! Tribunali liberi!». La “marcia delle candele” si è svolta in cento città: opposizioni europeiste, insieme alla società civile, hanno chiesto che non venissero violate tre costituzioni: quella polacca, quella della democrazia, quella d’Europa. Il capo dello Stato Andrej Duda, avvocato lui stesso, ha posto doppio veto su due delle tre proposte di legge della riforma che limita il potere giudiziario, soggiogandolo alle regole di quello politico. Si sarebbe violata l’indipendenza di corti e tribunali, costringendo 83 giudici alla pensione. Il governo avrebbe poi nominato i funzionari che avrebbero scelto altri giudici. Ora l’ultima, la terza proposta di legge, è ancora lì, a minacciare il sistema giudiziario, l’ultimo gradino prima che finisca nelle mani di quello politico, che avrebbe controllo sull’intera Corte Suprema. In questo caso, lo avrebbe il PiS, il partito di Libertà e Giustizia al potere.

Andrzej wetuj! Do 3 razy stuka!, «Andrej poni il veto! Per tre volte!» che hanno urlato i ragazzi polacchi, è servito. Fino a qui. La lotta costituzionale ha uno slogan: 3Xnie, «tre volte no», proprio come era 3Xtak, «tre volte si» nel 1980, quando Solidarnosc iniziò quelle manifestazioni che misero fine all’occupazione sovietica con proteste di massa. La Commissione europea medita di salvare le corti polacche con sanzioni e modifiche all’Articolo 7, che impedirebbe alla Polonia di votare. Per far approvare la scelta, servirebbe la decisione unanime dei 27 Stati, ma non voterebbe contro i cugini polacchi l’Ungheria, la cui riforma giudiziaria del 2012 – quando il governo Orban tentava una mossa simile – è stata fermata allora per lo stesso motivo per cui accade oggi.

La premier Beata Szidlo è apparsa in tv e ha criticato la decisione presidenziale: «Vogliamo tutti vivere in una Polonia giusta, ecco perché il veto rallenta la nostra riforma verso questo obiettivo». Il leader Jaroslaw Kaczynski, è stato sorpreso dal veto di Duda e per la prima volta dal 2015, da quando il suo partito è al potere, le incertezze fanno traballare il PiS nei sondaggi.
Adesso l’ultima vera speranza di Varsavia è a Bruxelles.

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