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«Anche noi abbiamo dei nomi. Anche noi siamo creatori». Non potete sfruttarci così. Con queste parole si sveglia l’Africa del sud e le sue ire ribollono contro il potentissimo e blasonatissimo marchio Louis Vuitton.

La casa di moda è “accusata” di sfruttare la celebrità delle coperte di lana sacre del Lesotho, un’enclave all’interno della Repubblica del Sudafrica. Lesotho, in lingua bantu, vuol dire «terra del popolo che parla sotho», popolo la cui etnia principale è proprio quella basotho.

Le coperte, con le loro decorazioni e motivi ornamentali, sono parte fondante della loro cultura, uno dei tesori inestimabili di una popolazione che sopravvive con poco più di un dollaro al giorno. Adesso a quanto pare ne ritroviamo di simili sulle passerelle chic della moda e del lusso, sotto forma di costosissimi accessori da uomo.

E questo ha fatto scoppiare una furiosa polemica nel Paese sudafricano.

Maria McCloy, stilista sudafricana, parlando a nome di artigiani che si sono sentiti frodati dalla scelta della casa di moda, ha dichiarato al Courier International: «Anche gli artisti africani sono artisti. Anche noi abbiamo dei nomi. Queste cose non sono in vendita, nessuno ha il diritto di venire qui e di appropriarsene. Siamo in collera, ci sentiamo sfruttati».

«È normale che la Luis Vuitton si appropri della cultura basotho? Si tratta di un omaggio o di una forma di appropriazione culturale?» si legge sul Courier International. Queste stoffe, considerate sacre dalla popolazione, usate in rituali di passaggio della crescita dai basotho, costano ai locali mille rand sudafricani, ovvero 65 euro circa. Quelle con il marchio LV che la casa di moda ha ora messo in vendita in tutte le sue boutique a quanto pare costano oltre i 2100 euro.

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