«Il superiore interesse del bambino» è il principio che guida tutta la giustizia minorile in Italia, pur tra mille difficoltà. Su questo principio, i Tribunali per i minorenni, oltre alle sentenze di condanna per chi commette un reato, prendono decisioni difficili e delicate, come dichiarare che il minore può essere adottato perché i genitori lo sottopongono ad abusi o maltrattamenti, oppure consentire adozioni anche a partner di coppie omosessuali. Oppure ancora, tentare l’affido familiare e sperimentare relazioni affettive più aperte in cui il legame con i genitori biologici non è completamente spezzato. E, infine, seguire il principio dell’interesse del minore significa tutelare i diritti delle migliaia di bambini e adolescenti stranieri non accompagnati che sbarcano nel nostro Paese e che rischiano di finire nelle reti criminali. Un popolo di minori di cui adesso i “senza famiglia” sono 28.449 – metà nelle comunità e metà nelle famiglie affidatarie – e 462 coloro che si trovano negli istituti di pena, mentre i minori stranieri non accompagnati al 30 giugno erano 17.864.
Tutta la giustizia minorile dipende dalla legge 488 del 1988, una rivoluzione culturale per l’Italia, che ha anticipato di un anno la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Da allora i minori non vengono più considerati persone di serie b, non ancora adulte, i cui diritti derivano per concessione dei genitori ma, al contrario, sono individui titolari di diritti come qualsiasi altro cittadino. Se Teresa Mattei, battagliera costituente, non era riuscita a far inserire nell’articolo 3 della Costituzione la frase «pari dignità di tutti, bimbi compresi» a cui teneva tanto, la riforma del 1988 ha stabilito dei paletti ben precisi per salvaguardare il benessere dei bambini e degli adolescenti.

Nell’ultimo anno e mezzo si è verificata una pressione inaudita contro quello che all’estero viene considerato un fiore all’occhiello della giustizia italiana: i Tribunali per i minorenni (Tm), appunto. Nella Commissione Giustizia del Senato è in discussione il ddl 2284 sulla mastodontica riforma del processo civile. Nella riorganizzazione generale voluta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, era previsto anche il cosiddetto Tribunale della famiglia, di cui si parla da molti anni, con l’accorpamento di tutte le competenze: del Tribunale per i minorenni, del Tribunale ordinario sulle separazioni con prole e dei giudici tutelari. Ma a gennaio 2016 un emendamento della deputata Donatella Ferranti (Pd) ha introdotto la soppressione dei Tribunali e delle procure per i minorenni istituendo delle sezioni specializzate presso i Tribunali ordinari. Questo ha provocato una rivolta generale…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola


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