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Il tribunale minorile italiano è stato preso come esempio dal Parlamento europeo per la compilazione della direttiva europea del “Giusto processo penale minorile” sollecitando tutti gli Stati membri a seguirne le linee guida mettendo in atto «misure appropriate per garantire che i giudici e i magistrati inquirenti che si occupano di procedimenti penali riguardanti minori abbiano una competenza specifica in tale settore». Il disegno di legge di riforma della giustizia che nasce per rendere più efficiente il processo civile prevede l’inserimento dei tribunali minorili nei tribunali ordinari, nei quali verrà istituita una sezione speciale dedicata ai minori. La preoccupazione degli operatori del settore minorile è vedersi togliere le già scarse risorse a vantaggio della giustizia ordinaria. Sappiamo dalle statistiche che il 70 per cento dei detenuti, messi in libertà alla fine della detenzione ritorna negli istituti di pena per aver commesso ulteriori crimini. Il carcere così come è previsto non solo rende impossibile alcun processo di recupero, ma toglie dignità e identità umana alla persona potenziando le valenze delinquenziali e favorendo un processo di destrutturazione dell’identità. Concepire un percorso di ricostruzione della personalità di chi ha commesso un crimine dovrebbe prevedere un investimento di risorse da parte dello Stato che possono essere pensate solo a partire da un cambiamento di mentalità o addirittura come in vero e proprio un salto di paradigma culturale. Si pensa erroneamente che scontare la pena sia “l’espiazione” di una colpa attraverso la quale si dovrebbe favorire una catarsi e un rinnovamento: quest’ultimo non può avvenire senza uno specifico processo di cura psicoterapica. La pena non può essere vista come un risarcimento, se non addirittura una vendetta richiesta dalle vittime che ricorderebbe molto il biblico “occhio per occhio”. Non voglio banalizzare il problema ed affermare: aprite le carceri, come una volta è stato detto aprite i manicomi in quanto la malattia mentale non esisterebbe ma sarebbe solo un modo di esistere. Penso che la maggior parte dei detenuti abbiano problemi dovuti a disagi sociali o a problemi mentali che potrebbero trarre beneficio da percorsi di cura e di inserimento in comunità, con vantaggi sia economici che di benessere sociale. Ma come dicevo prima è necessario un salto culturale. Allo stato attuale, una società non può definirsi civile se non mette in atto programmi di cura e integrazione sociale per gli adulti che commettono crimini. Diventa essa stessa colpevole….

L’articolo della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti prosegue su Left in edicola


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