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Bambini sfruttati come fotomodelli, costretti a stare in posa,  come vogliono gli adulti, costretti a rinunciare ai giochi per soddisfare le smanie di celebrità delle mamme. Due interrogazioni parlamentari hanno sollevato il caso chiedendo al ministro  del lavoro e alla presidenza del Consiglio una maggiore vigilanza sul fenomeno, Ad avanzarle sono state i parlamentari Riccardo Nuti e Fabiola Anitori che ha chiesto di “tutelare i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, attraverso misure e provvedimenti che proteggano queste due delicate fasi della vita dalle forme di sfruttamento a cui la società oggi espone”.   Al centro del suo intervento non solo sulle condizioni in cui i bambini lavorano (sottopagati e spesso con situazioni spiacevoli,  come ha raccontato  Flavia Piccinni documentando una sfilata durante la quale ai bambini non era stata data acqua per evitare che andassero in bagno e bagnassero gli abiti), ma anche “sull’adultizzazione precoce” di cui sono vittime. Left ha approfondito il tema con la giornalista e scrittrice Piccinni autrice dell’inchiesta chiedendo allo psichiatra Paolo Fiori Nastro e ad altri un approfondimento.

Bambini al trucco, che posano o sfilano per ore e ore. Bambini perennemente a dieta, pazienti, professionali. Che parlano e si muovono secondo stereotipi dettati dagli adulti e dallo show biz. Sembra di essere precipitati nelle pagine di Chronic City ( 2010) il romanzo di Jonathan Lethem che ha come protagonista un ex enfant prodige di una sit com americana. O, peggio ancora, di assistere al rapporto genitori figli da horror raccontato da Bret Easton Ellis in Lunar Park ( 2005). Ma siamo invece in Italia, nel backstage di sfilate di moda e casting per bambini, dove a imperversare sono soprattutto le madri. Ne ha raccolto le voci nel radio-documentario Bellissime la scrittrice Flavia Piccinni realizzando un’inchiesta sul campo che si può riascoltare e scaricare in podcast dal sito di Radio3 ,che l’ha trasmessa a gennaio nell’ambito del programma Tre Soldi (un’inchiesta che ora Piccinni ha trasformato in un omonimo libro).

Il titolo evoca l’immagine di Anna Magnani nel film di Visconti, ma fra i vecchi provini di un tempo e i casting “industriali” di oggi sembrano passati anni luce. “Esattamente come un tempo potevano essere il sapere o la ricchezza i valori socialmente più ambiti, oggi lo è la la bellezza” racconta l’autrice. E dietro all’ossessivo chiedere “sono bella?” di queste bambine, si scoprono madri che “che non riconoscono nel proprio figlio un essere altro, ma lo vedono come una parte di sé. Come nei concorsi di bellezza statunitensi – dice Flavia Piccinni – queste madri parlano al plurale per dire di essere un tutt’uno con il figlio: noi abbiamo sfilato, noi abbiamo fatto il servizio fotografico, noi abbiamo conosciuto.. e avanti così, almeno fino a quando il piccolo non supererà il metro e quaranta uscendo dalle misure richieste per i defilé”. In qualche modo, sottolinea la scrittrice, “i figli diventano uno strumento per farsi accettare, e riconoscere, dalla società, per queste famiglie perlopiù di estrazione sociale medio-bassa. Tanto che padri e madri sono terrorizzati che i loro pargoli possano smettere di fare i modelli, di andare alle selezioni, di fare pubblicità. I compensi vanno dai 100 ai mille euro per ogni singola prestazione. Così i bimbi imparano a diventare adulti e maliziosi rapidamente. L’innocenza non c’è in questi concorsi anche quando viene sbandierata”.

Se poi si guarda alla moda kids internazionale il giro d’affari registra cifre notevoli. Solo quello di Pitti Bimbo a Firenze è di oltre due miliardi di euro.

E anche dalle parole raccolte per la radio fra i giovanissimi protagonisti dell’ultima edizione di Pitti il mese scorso sembra quasi che gli abiti e gli accessori diventano per loro una seconda pelle. Per essere al centro dell’attenzione, per essere amati, per essere ammirati, ma anche “ per provare un’emozione”, come dice con voce impostata una baby modella.

Ma quanto pesano davvero su di loro le aspirazioni dei genitori e gli interessi chi li usa per fare business? Moltissimo secondo Tim Edwars, autore del saggio La moda (Einaudi, 2013) in cui analizza i processi di mercificazione attuati da questo tipo di industria che mira alla massimizzazione del profitto, alimentando il consumismo attraverso il culto della celebrità amplificato dai mass media. Un fenomeno che sembra toccare l’acme sulle passerelle e negli studi fotografici. Qui le piccole aspiranti top model non vogliono più soltanto i vestiti e gli accessori di Kate Moss o di Victoria Beckham ma vogliono essere Kate o Victoria, assumendo quella figurina piatta, stereotipata, svuotata di personalità, come modello assoluto a cui uniformarsi. “Naturalmente non capita a tutti, ma chi deve ancora crescere e non ha ancora un solido senso di sé, è più esposto. A livello accademico e di opinione pubblica – rimarca il sociologo dell’Università di Leicester – non si è ancora riflettuto abbastanza sulle questioni ampie e invasive legate al consumo della moda. Che è consumo di corpi, immagini e soggettività anziché di vestiti”.

Così abbiamo chiesto al professor Paolo Fiori Nastro, psichiatra e docente all’Università La Sapienza di Roma di aiutarci ad approfondire. “Ascoltando le testimonianze di Bellissime ho avuto la sensazione che questi bambini vengano costretti in una realtà che è a loro estranea. Sfilate e concorsi diventano un lavoro per loro. Un adulto ha bisogno di guadagnare per poter essere libero e, nei casi migliori, lavorando trova una propria realizzazione. A 9 o 10 anni, invece, si va a scuola, si cercano la conoscenza, i giochi, gli affetti. Fare di tutto questo in lavoro è una mistificazione compiuta dagli adulti che danneggia un sereno e armonico sviluppo infantile. Alla luce della teorizzazione di Massimo Fagioli su bisogni ed esigenze, noto che i bisogni e le esigenze di questi bambini non vengono minimamente prese in considerazione dagli adulti. Alcuni genitori usano i figli come strumento di riscatto sociale e chi fa casting, foto, sfilate, talent ci guadagna un sacco di soldi”. Ma sfogliando le riviste di moda e alcuni book fotografici di queste piccole modelle capita anche di notare bambine costrette in pose ammiccanti. Come la baby top model più richiesta del momento, la russa Kristina Pimenova (nella foto Ansa), capelli biondi e immensi occhi blu, che ha appena 9 anni.

“Questo è un altro aspetto che si avverte come stonato – commenta Fiori Nastro -. Le bambine sono solite vestirsi e truccarsi per gioco. E’ un travestimento, una maschera, una possibilità di divertirsi “facendo finta di”. Ma quando questa cosa diventa realtà non va più bene. Parlare di sessualità infantile è una cosa aberrante, assolutamente fuori dalla realtà. La sessualità nei bambini non c’è. Hanno bisogno di crescere, di maturare un’identità e soprattutto di svilupparsi fisicamente secondo la fisiologia. Fondere la realtà mentale con quella fisica è un processo che richiede una maturazione. Alla pubertà si arriva per gradi, lentamente”.

Crescendo, per gioco, le ragazzine si mettono in posa e oggi si fotografano e postano i selfie su instagram e su facebook. Qualcuna, come la protagonista del corrosivo romanzo di Daniele Autieri, Professione Lolita (Chiarelettere, 2015), vorrebbe farsi fare un book e tentare di entrare nel mondo più fashion. Le compagne di scuola, gli amici, tutti sanno di quel fotografo di moda che incontrano spesso in discoteca; si dice che abbia gli agganci giusti. Qualche scambio di battute in rete e lui che abbozza: “ci dovresti provare”. Comincia così la storia di una quindicenne poi finita nel giro di prostituzione al quartiere Parioli. Un sistema di sfruttamento, malaffare e corruzione politica che il giornalista d’inchiesta di Repubblica contribuì a scoperchiare. Ma la cronaca dei fatti non bastava per raccontare il vuoto culturale e umano che c’è dietro a questa brutta storia accaduta in un quartiere bene, cominciata con un adescamento via web e che, secondo Autieri, non rappresenterebbe un fatto casuale e isolato.

“Un aspetto grave – commenta lo psichiatra Fiori Nastro – è il modo anaffettivo con cui le ragazzine trattano la loro socialità. Oggi i social network consentono una comunicazione assolutamente asettica. Certamente la mancanza di un’identità definita e l’incapacità di discriminare fra ciò che è consono o meno allo sviluppo della propria realtà umana, in qualche modo, facilitano una deriva triste e violenta da parte di questi adulti che approfittano del vuoto di affetti di adolescenti che, pur di avere un vestito, un telefonino o qualche altro oggetto che viene avvertito come uno status symbol, se ne fregano di tutto. Il film Giovane e bella di François Ozon lo racconta: la protagonista è una bella adolescente che va con adulti per avere una scarica adrenalinica. C’è un vuoto totale di prospettiva, dovuta all’anaffettività, un’assenza di ricerca di rapporti veri, di socialità, Prevale il cosiddetto sensation seeking, la ricerca di sensazioni attraverso una serie di trasgressioni distruttive che rivelano solo un vuoto di affetti”.

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