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L’Italia è in guerra ma non lo dice. In guerra contro l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, l’ex ufficiale gheddafiano che può contare su un esercito di oltre 35mila uomini. Ed è in guerra con quelle Ong che hanno osato non sottostare al Codice di condotta messo a punto dal ministro degli Interni, ormai anche plenipotenziario agli Esteri, Marco Minniti, non intendendo trasformare le proprie navi di salvataggio in uffici di polizia. L’Italia è in guerra perché non ammette che in Libia ha puntato sul cavallo perdente, quel Fayez al Serraj che non controlla neanche un quartiere di Tripoli e che ora viene sfiduciato anche dai suoi vice. L’Italia è in “guerra” contro le Ong operanti nel Mediterraneo perché così vuole una narrazione imposta a forza da “rivelazioni pilotate” su presunte complicità con i trafficanti di esseri umani; rivelazioni che servono solo per coprire una deriva securista che parla alla parte peggiore dell’elettorato, quella di “aiutiamoli a casa loro”, anche se questa casa è un inferno, come un inferno sono i lager libici nei quali il ministro Minniti rispedisce, con vanto, migliaia di disperati intercettati in mare. L’Italia è sempre più immersa nel “pantano libico”. E lo fa abbozzando un’azione militare senza peraltro trarne, sul piano operativo, le dovute conseguenze. Siamo all’avventurismo politico-militare che copre una strategia diplomatica rivelatasi fallimentare e cerca di nascondere una bancarotta etica….

 

L’articolo di Umberto De Giovannangeli prosegue nella cover story di Left in edicola


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