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«Caro direttore, le Ong sono presenti nel nostro Paese da decenni, hanno vinto premi Nobel e godono del supporto attivo di milioni di persone in Italia e nel mondo», comincia così la lettera aperta che Marco De Ponte (ActionAid), Gianni Ruffini (Amnesty International), Alessandro Bertani (Emergency), Gabriele Eminente (Medici Senza Frontiere) e Roberto Barbieri (Oxfam Italia) hanno inviato al Corriere della sera, in cui denunciano «l’irresponsabile campagna di ostilità verso le Ong che le istituzioni non fermano» e anzi «irresponsabilmente avallano».

Secondo le organizzazioni firmatarie del documento «dovrebbe essere lo Stato a garantire i diritti fondamentali delle persone, la sicurezza, il welfare, l’informazione libera e trasparente», dovrebbe inoltre essere compito di ogni Paese democratico sostenere le Ong, esserne fieri e valorizzarle. «Le organizzazioni umanitarie – prosegue la lettera – operano in base a rigorose norme concordate sul piano globale (in particolare, il Codice della Federazione internazionale della Croce Rossa) che sono state avallate dagli Stati sottoscrivendo convenzioni internazionali vincolanti in materia di diritti umani e diritto umanitario, riconosciute in sede di Nazioni Unite, riprese dall’Unione Europea e nelle leggi nazionali. Questi reciproci impegni sono la garanzia di un aiuto umanitario efficace e imparziale, e per questo utile non solo ad alleviare le sofferenze di tante donne e uomini, ma anche a limitare i danni delle crisi umanitarie».

Con il codice di condotta proposto dal governo invece si chiede alle Ong di disattendere alle norme sottoscritte a livello internazionale compromettendo la credibilità delle organizzazioni stesse. I firmatari della lettera affermano: «Crediamo sia doveroso chiedere allo Stato di rispettare le regole internazionali che ha sottoscritto nell’interesse di tutti». Le Ong che vengono criminalizzate da una«irresponsabile campagna di ostilità, opportunisticamente alimentata da tanti esponenti politici e opinionisti, dovrebbe trovare nelle istituzioni una ferma opposizione, non un inaccettabile avallo». La lettera si conclude con la speranza che l’Italia si possa distaccare da una cultura prevalente in decine di Paesi in cui non si accetta nel cosiddetto “terzo settore”, «quei soggetti civici che vanno oltre la mera sostituzione dello Stato nella fornitura di servizi al welfare difendendo la propria indipendenza sempre e comunque», perché «è una tendenza pericolosa per la qualità della democrazia».

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