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In uno dei libri a più alto potenziale comico e dissacrante del Novecento, l’Ulisse di Joyce, il giovane protagonista, l’intellettuale frustrato e vagamente alcolizzato Stephen Dedalus, dichiara d’essere, proprio come Arlecchino, «il servitore di due padroni… uno inglese, e uno italiano». Quello inglese è «lo stato imperiale britannico», mentre l’italiano è la «Chiesa cattolica e apostolica romana». Alle imposizioni della sua epoca, della famiglia e delle istituzioni che rigetta, il giovane Stephen ha opposto lo stesso Non serviam (il rifiuto di inginocchiarsi) proferito dal Satana di John Milton. Postura ribelle che ha radici remote nella biografia dell’autore: alla fine del 1904, esule volontario da poche settimane, scriveva da Pola al fratello Stannie: «La casa è poco salubre e sto cercando un nuovo alloggio. Nora ha concepito, credo, e voglio che viva nelle condizioni più igieniche possibili. Mio figlio, se l’avrò, non sarà naturalmente battezzato ma sarà registrato sotto il mio nome». E in una missiva seguente: «Sputo sul ritratto del Decimo Pio».
Ancora, da Trieste, nel maggio 1905: «Non posso dirti quanto mi faccia sentire strano a volte il mio tentativo di vivere una vita più civile dei miei contemporanei. Ma perché avrei dovuto condurre Nora di fronte a un prete o un avvocato per farle giurare di darmi la sua vita? E perché dovrei gravare mio figlio con lo scomodissimo fardello di fede con cui mio padre e mia madre hanno gravato me?».
Quando scrive l’Ulisse, Joyce ha già abbandonato il cattolicesimo da molti anni, ma non ha mai smesso di divertirsi a prenderne di mira i capisaldi, spesso in maniera ironica, più di rado rancorosa. Poi con il Finnegans Wake, che dell’Ulisse – libro del giorno – è la prosecuzione per così dire “notturna”, Joyce si vantò d’aver «messo a dormire il linguaggio»….

L’articolo di Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola


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