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l Lamassù non accoglie più visitatori e cittadini che si avvicinavano alla sede del comune di Diyarbakir: la statua assira – tipica dell’epoca dello splendore del loro impero, mentre Roma muoveva i primi passi – è stata rimossa qualche mese fa dalle autorità turche. Testa umana, ali, corpo di leone, veniva posto all’ingresso dei luoghi del potere per scacciare gli spiriti malvagi.

A Diyarbakir non ha funzionato: il Lamassù è una delle tante opere del sud-est a maggioranza kurdo ad essere stato portato via, nel tentativo – niente affatto celato – di annullare o comunque indebolire l’identità kurda. Lo simboleggia, sul piano politico, la nuova presenza alle porte del comune (polizia, fucili, metal detector) che sostituisce i sindaci kurdi, sistematicamente cacciati, e il numero di altri monumenti kurdi rimossi in questi ultimi mesi dal governo centrale. Non solo opere antiche ma anche più recenti, memoriali alle vittime della violenza di Ankara degli ultimi due anni così come quelle a eroi della causa kurda come Sheikh Said, religioso impiccato nel 1925 per aver guidato la ribellione contro l’autorità centrale. Non c’è più, nella piazza che porta il suo nome è rimasto solo Ataturk.

Sono stati cancellati anche i nomi kurdi delle comunità, in un atto palese di memoricidio. Che si accompagna ad un’altra strategia. Gentrificazione politica è il concetto che più di altri si avvicina a quanto è in corso ormai da mesi nel Kurdistan turco, nel Bakur. Dopo due anni di brutale campagna militare da parte dell’esercito turco contro città e villaggi del sud-est del paese – cominciata alla fine di luglio del 2015, dopo il terribile attentato dell’Isis a Suruc, estremo confine sud – il governo di Ankara sta svelando giorno dopo giorno i piani di ricostruzione delle comunità devastate. Piani che hanno un obiettivo politico, prima che economico e sociale…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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