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Il ruolo dello scienziato,  la protezione dell’ambiente e la ricerca che “fa bene” alla politica, ecco i temi dell’intervista allo scienziato dell’Ispra Lorenzo Ciccarese. Insieme alla protesta dei ricercatori precari dell’ente pubblico che Left ha raccontato nel numero del 3 giugno, abbiamo  spiegato l’importanza dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Nella stanza di Lorenzo Ciccarese, all’Ispra, c’è un piccolo quadro appeso al muro in cui si legge il suo nome, quello di Alfred Nobel e una data, il 2007. È l’attestato dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per il premio Nobel per la pace assegnato, appunto, nel 2007. Ciccarese faceva parte dell’équipe di scienziati dell’organismo internazionale che insieme ad Al Gore ricevette il riconoscimento per gli studi sui cambiamenti climatici. Se oggi si assiste ad un pericoloso stallo nelle politiche ambientali, come ha purtroppo sancito anche il recente vertice di Taormina, dieci anni fa invece il rapporto tra scienza e politica stava dando dei buoni risultati. Almeno era nata una certa sensibilità attorno agli effetti negativi che i cambiamenti climatici avrebbero potuto creare nel pianeta, compresa, per esempio, l’ondata migratoria – a cui si assiste oggi – di migliaia di esseri umani in fuga dalla desertificazione e dalla carestia.
Ambiente, ricerca scientifica e politica sono tre elementi di una relazione particolarmente delicata che riguarda anche l’Italia. E che vede l’Ispra come protagonista principale, soprattutto alla luce della legge 132 del 2016 che gli affida il coordinamento del Sistema nazionale della protezione ambientale (Snpa). Ne parliamo con Lorenzo Ciccarese, già membro del Consiglio scientifico dell’Ispra e adesso a capo dell’area per la difesa delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile dell’agricoltura e della silvicoltura, oltre che esperto riconosciuto a livello internazionale.
Dottor Ciccarese, qual è il ruolo dell’Ispra per la tutela dell’ambiente, ma anche per tutto ciò che è collegato ad esso, dai rapporti economici a quelli sociali?
Il punto di forza di questo istituto è rappresentato dal fatto che proveniamo da anime diverse. Dopo l’integrazione fra i tre istituti Apat, Icram e Istituto nazionale per la fauna selvatica, la legge 132 ha istituito il Sistema nazionale di protezione ambientale e questo provvedimento direi che ha una potenza importante, penso che sia un caso unico in Europa. È importante perché mette insieme le capacità di coordinamento di un organismo nazionale e la territorialità, le informazioni e i dati ambientali di base e locali. Ma mette insieme anche le competenze diverse che derivano dai tre istituti originari. E cioè le capacità di ricerca e anche di laboratorio dell’Icram e dell’Istituto della fauna con le caratteristiche dell’Apat, più legate al modello di agenzia, con la capacità di dialogare, confrontandosi ogni giorno con le istituzioni. Questa rete di competenze diverse ci arricchisce molto e risponde a quella che per me è la necessità del ricercatore contemporaneo.
Che cosa deve fare lo scienziato oggi?
Deve coniugare la ricerca di base e la capacità di approcciarsi a un problema nuovo e allo stesso tempo interfacciarsi con i decisori politici, con i media e la società civile. Non esiste più il ricercatore isolato, chiuso nel suo laboratorio. Per me che vengo dalla ricerca di base, questo fatto di aver spostato gli interessi del ricercatore nel confronto con la politica è stato davvero affascinante. Perché lì si vedono gli impatti e, anche se è difficile misurarli, però capisci che hai spostato di più gli interessi sulla dimensione pubblica. E penso che la politica da questa relazione può solo avere dei benefici perché quando le decisioni sono informate, scientificamente solide, sono più accettate dalla cittadinanza e conducono a scelte di governo appropriate.
Il concetto di “impatto” si ritrova anche nel programma Horizon2020, vero?
Sì, Horizon2020 sostiene che esistono tre criteri perché un progetto possa essere approvato ed essere considerato d’eccellenza. Il primo, è la qualità delle proposte, che devono essere innovative e con un’aderenza alle richieste della società. Il secondo, è la qualità del consorzio, cioè il fatto che le strutture e l’organizzazione abbiano le competenze giuste – e in questo la massa critica dell’Ispra è davvero una forza -. Il terzo criterio infine, è l’impatto, appunto. Si deve cioè avere anche la capacità di determinare crescita economica, aumentare la consapevolezza dei cittadini, informare in maniera pronta ed adeguata i decisori politici.
Come si può far conoscere ai cittadini un processo scientifico e favorire la loro partecipazione?
Lo si può fare in molti modi. Sia organizzando convegni e seminari che coinvolgendo i media, ma anche collaborando con le università e le scuole. Per esempio l’alternanza scuola-lavoro potrebbe essere utile per avvicinare i ragazzi alla pratica e al piacere scientifico. Ma poi si possono avviare dei percorsi di citizen science cioè coinvolgere i cittadini nella costruzione del dato scientifico ambientale. Anche in Italia, tramite i comuni o le associazioni ambientaliste e in generale le associazioni non-governative e non-statali, esistono dei progetti che consistono, per esempio, nel monitorare la presenza di una specie a rischio di estinzione o l’epoca di fioritura di alcune specie, oppure in applicazioni tecniche per misurare le alterazioni del clima o dell’inquinamento atmosferico o del consumo di suolo che si basano su informazioni fornite dai cittadini, che vanno poi convalidate, naturalmente. In questo modo otteniamo dati e le persone si informano e partecipano. Questo tipo di impatto fa aumentare il senso di responsabilità e di indipendenza. E il fatto poi che sia un elemento comune anche agli altri Paesi europei fa aumentare i contatti, i link. Si crea, insomma, oltre a una sinergia, anche un certo senso di appartenenza alla comunità scientifica e anche politica.
Con la legge 132 l’Ispra avrà una maggiore responsabilità di coordinamento e in quali settori?
Attraverso questa legge aumentano le possibilità per le le agenzie regionali (Arpa) e provinciali (Appa) di dialogare senza egemonie o subalternità, avvicinando la dimensione nazionale a quella territoriale. Questo sistema, entro un anno dall’entrata in vigore, dovrà produrre i Lepta, cioè i livelli essenziali di prestazioni tecnico-ambientali. Si va quindi dal monitoraggio, dal controllo dell’inquinamento dell’aria e delle acque superficiali e profonde ai rifiuti e ai fanghi fino alle valutazioni di impatto ambientale oppure anche alla biodiversità, comprese quindi, per esempio, le applicazioni delle direttive comunitarie Uccelli e Habitat, i capisaldi della conservazione della natura in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l’agricoltura le responsabilità rimangono ancora al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e agli assessorati regionali, anche se a noi spetta invece il compito di effettuare valutazioni sulla sostenibilità della gestione delle aree agricole e forestali del nostro Paese.
A proposito di impatto, una buona politica ambientale può determinare anche lo sviluppo?
Intanto va detto che negli ultimi programmi quadro di ricerca c’è il coinvolgimento delle imprese private. La Commissione europea, per rendere subito utilizzabili i risultati della ricerca non solo in campo ambientale, ma anche nella medicina, nella chimica e nelle biotecnologie, cerca di integrare il più possibile e direttamente le imprese private. Tramite dei consorzi, individuano quali sono i filoni di ricerca che sono in grado di sviluppare quella determinata idea e tradurla in un brevetto o in una innovazione di prodotto o di processo. I risultati ci sono stati, anche eccellenti, e con un maggior dinamismo all’interno della comunità scientifica.
Cosa fanno in particolare le imprese?
Collaborano con noi. Le piccole e medie imprese che per anni hanno costituito lo scheletro produttivo del Paese hanno vissuto per decenni su intuizioni – e lo abbiamo visto nel tessile, nel legno, nel turismo – e a un certo punto sono diventate un modello per tutto il mondo. Sono i famosi i distretti industriali italiani, modelli copiati da altri Paesi che poi però ci hanno sopravanzato grazie al basso costo della manodopera. Per stare in questo mercato globale ormai bisogna intervenire con l’innovazione e questo avviene se le piccole e medie imprese si servono del supporto delle istituzioni pubbliche di ricerca. Questa partnership publico-privata deve essere sviluppata, ma già fa vedere dei risultati. Uno è il materiale plastico biodegradabile mater-B, prodotto dalla Novamont, un altro esempio è a Reggio Emilia dove, nell’arco di dieci anni, l’impresa Brevini Group è passata da qualche decina di addetti a migliaia costruendo un meccanismo che fa girare le pale eoliche. Sono tutti esempi di green economy e il nostro compito è appunto anche quello di sostenere l’economia verde e l’economia circolare e integrare il valore del capitale naturale nelle decisioni politico-economiche.
Se si parla di green economy bisogna parlare anche di agricoltura biologica di cui si occupa per certi aspetti anche l’Ispra, cosa ci può dire?
Sì, in Italia abbiamo una straordinaria storia di successo che è l’agricoltura biologica. Ci sono, è vero, i controlli da aumentare e qualche problema per via delle frodi avvenute in passato, ma di fatto ci sono 60mila imprese nel biologico che occupano 1,2 milioni di ettari. Quasi il 10% della superficie è gestita secondo i metodi biologici. Al di là degli aspetti ambientali, questi agricoltori hanno rivitalizzato un settore per decenni in costante declino, non solo economico, e infatti molte delle 60mila imprese sono costituite da persone che non hanno alcun legame o tradizione con l’agricoltura. Un esempio? Nella valle d’Itria, in Puglia, decine di agricoltori provenienti da altre regioni hanno preso in gestione centinaia di ettari di vigneti e oliveti e li conducono con metodo biologico. E così alcuni paesi sono letteralmente rinati.
Cosa fa l’Ispra per recuperare un luogo della natura degradato?
Non facciamo interventi progettuali veri e propri, ma il nostro compito è dire come si fa, proponiamo delle linee guida. E poi il nostro compito è anche quello di evidenziare le storie di successo. Nel campo della difesa della natura, ci sono tanti esempi che dimostrano come sia possibile ricostruire – la cosiddetta restoration – ecosistemi degradati. E il restauro spesso è vantaggioso per il turismo. Lo abbiamo visto lungo il litorale laziale, nella zona di Sabaudia. Qui ci sono stati ottimi interventi per limitare l’accesso ai turisti con passerelle in legno fino al recupero vegetazionale delle dune oppure con adeguati sistemi di protezione delle aree umide. Questo alla fine garantisce la sostenibilità per un lungo periodo e incrementa il turismo, perché se questi luoghi non fossero attraenti e ben conservati, la gente non ci andrebbe.
A Lecce, in un’area che si chiama Le Cesine è stato fatto un intervento di recupero nell’ambito dei progetti europei Life. Un’area umida era attraversata da una strada provinciale asfaltata, l’intervento è stato soft, nature-based, proibendo il passaggio delle auto, e poi, dopo minimi interventi attivi, si è lasciato che la natura facesse il suo corso. Ebbene, in poco meno di 10 anni questo ambiente è stato rinaturalizzato e la vegetazione ha preso il sopravvento. Adesso è un luogo turistico attorno al quale sono sorte piccole imprese per il ristoro e l’equitazione.
Molti ricercatori all’Ispra lavorano su progetti finanziati dall’Ue. Quanto incidono sull’attività dell’Istituto?
I finanziamenti da bandi europei e altre fonte esterne contribuiscono per circa il 10% al budget complessivo dell’Ispra. È un po’ un’eredità del passato, legata al fatto che sia l’Icram sia l’Istituto di fauna selvatica sia alcuni pezzi dell’Agenzia avevano una certa abilità e propensione a entrare nei consorzi europei, sia di ricerca sia di implementazione, e accedere ai finanziamenti comunitari o comunque esterni. Il vantaggio di partecipare ai progetti finanziati dai vari programmi dell’Ue, soprattutto della ricerca, è che consente a molti di noi di acquisire know-how e metodi che tornano utili nelle attività di valutazione e controllo, di reporting o di policy support, cioè di sostegno alla politica nella conduzione, per esempio, di negoziati internazionali. Io stesso ho partecipato a negoziati sia sul clima sia sulla biodiversità. Poi ci sono altre convenzioni e accordi internazionali, come quello sulla desertificazione oppure sul Mediterraneo o sullo sviluppo sostenibile, per le quali il Ministero ha bisogno di avere il supporto scientifico della ricerca. Possiamo dire che forniamo un sostanziale contributo al Ministero dell’Ambiente e non solo per la conduzione di questi negoziati perché nel campo ambientale molte delle politiche sono il risultato di processi multilaterali internazionali, dal clima alla biodiversità, fino alla desertificazione alle emissioni di gas-serra al ciclo dell’azoto e del fosforo.
La scienza è sempre più importante nelle scelte politiche realative all’ambiente.
Un altro elemento infatti è la capacità di evidenziare i temi emergenti. È un po’ come avere le antenne, tentar di comprendere quali saranno i problemi del futuro. Il tema delle plastiche in mare, per esempio, lo avevano già sollevato a Bruxelles i nostri ricercatori dell’Icram. Adesso un problema emergente è quello dell’inquinamento delle falde dei fiumi e dei laghi da parte dei cataboliti, ossia i sottoprodotti derivanti dall’interazione tra il corpo e le sostanze assunte, venuti alla ribalta a proposito della presenza di cocaina nel Lambro e nell’Arno a Firenze. In realtà il problema non riguarda solo i cataboliti della cocaina, ma anche quelli degli antibiotici, degli ansiolitici, degli antitumorali, dei prodotti cosmetici, degli antidepressivi, degli antiinfiammatori, delle statine, degli anticoncezionali. Tutte sostanze che, metabolizzate, vengono restituite nei corpi idrici sotto forma di nuove molecole, i cui effetti sulla salute umana o sui pesci non si conoscono né vengono monitorati perché non c’è nessun regolamento o direttiva che lo preveda. Ecco, sui cataboliti, visto che la responsabilità è territoriale, o sugli effetti dei cambiamenti climatici in corso o sul dissesto idrogeologico, o sulla biologia sintetica, altro grande tema emergente, potrà essere utile il nuovo Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente.
Un’ultima domanda sull’Ispra e le risorse. Le attività aumentano e i finanziamenti sono sempre quelli, come è possibile?
L’acquisizione di fondi esterni è importante però non deve essere il core business di un’agenzia come la nostra. Dobbiamo avere, certo, la capacità di stare in competizione nei programmi di ricerca o in quelli di coesione sociale o nei fondi di sviluppo europeo, ma il cuore dei finanziamenti deve essere governativo. Questo perché è giusto che il governo abbia un istituto che sia il suo braccio tecnico-scientifico che sappia dare risposte affidabili, indipendenti e immediate o abbia le capacità di avere le antenne, appunto, o rappresenti infine un organismo storico che sappia seguire l’evoluzione dello stato dell’ambiente in Italia, per dare risposte più efficaci e pronte ai fattori di inquinamento e alle pressioni ambientali. In periodi di crisi come questo è importante che le istituzioni scientifiche prendano consapevolezza delle difficoltà e trovino le strade migliori per aumentare l’efficienza. Noi partiamo da una condizione favorevole, la massa critica che è importante, la territorialità del sistema Snpa, il fatto di avere le competenze in diversi ambiti e verticalità delle attività, dalla ricerca di base a quella di policy support, fino alla comunicazione con i media. Io penso che questa sia la sfida che ci attende. Certo, è meglio avere più risorse, perché da quelle dipendono anche le possibilità di garantire, su tutto il territorio, servizi capaci di rispondere alle esigenze fondamentali del cittadino, salvaguardando cioè i livelli essenziali delle prestazioni nel settore ambientale. Ma bisogna fare analisi e autocritica, non basta dire che in Italia la ricerca è buona e l’amministrazione è cattiva.
Occorre vedere dove ci sono gli sprechi, ha senso per esempio avere istituti con due unità di ricercatori con scarsa capacità innovativa? È vero che c’è bisogno di ricerca territoriale e locale, di risorse in più, ma occorre riorganizzare tutto il tessuto della ricerca che è troppo frammentata, qualche volta ridondante. Insomma, la ricerca è importante, va difesa, ma bisogna essere laici, valutare attentamente senza essere superficiali.

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