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Evirato, le sigarette spente sul corpo paffutello, le ossa rotte e un colpo di pistola alla nuca per finirlo. Era morto così il dimenticato Hamza Ali al Khateeb, tredici anni, che il 29 aprile del 2011, poco dopo l’inizio della primavera siriana, insieme ai genitori era andato a manifestare per chiedere la fine dell’assedio alla città di Dara’a, vicino al confine con la Giordania, epicentro manifestazioni antiregime. “Alcune persone sono state uccise, altre ferite, altre ancora arrestate. A un certo punto, non sapevamo cosa fosse successo a Hamza: era semplicemente scomparso” raccontò un cugino del ragazzo. Il tredicenne riemerse pochi giorni dopo. In un video pubblicato dai parenti si vedeva il corpo disteso su un cellofan di plastica: sul cadavere i segni delle torture ben visibili. Le immagini vennero trasmesse da diverse televisioni e scioccarono il mondo. Molti giornali dedicarono la copertina alla storia del “ragazzino di Dara’a ucciso dal regime siriano”….

L’articolo di Shady Hamadi prosegue su Left in edicola


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