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Era il marzo 2004 – in 192 morirono, in 1800 rimasero feriti – e la tragedia della stazione di Atocha, Madrid, per gli spagnoli diventò una sigla funesta: 11M. Per tredici anni la Spagna era rimasta lontana dalla furia dei folli islamismi che hanno colpito negli ultimi anni l’Europa in Belgio, Francia, Germania.

Tredici anni fa il terrore islamista non è cominciato a caso, senza movente: ha avuto una miccia, la guerra d’Iraq. Quando Jose Maria Aznar accusò i separatisti baschi del terrore di Madrid – invece di capire che era una diretta rappresaglia dell’invasione – fece spallucce e poi spalla a spalla con George Bush e Tony Blair, in un conflitto che solo dopo fu dichiarato inutile, sbagliato, di cui nessuno dei potenti ha mai pagato le conseguenze, un conflitto poi riconosciuto come l’evento catalizzatore dell’insorgenza. All’epoca la Spagna, territorio dei mori dall’ottavo al quindicesimo secolo, era, secondo il verbo di al Quaeda, stata rubata dai cristiani. Nel 2003 la Spagna di Aznar mandò le sue truppe ad invadere l’Iraq, ma nel 2015 la Spagna di Rajoy annunciò di non volersi unire alla campagna contro l’Is nel Levante di Siria e Iraq.

Tredici anni fa la Spagna fu colpita dal “gruppo islamico combattente del Marocco”, un gruppo in arrivo da un paese dove Mohamed VI, che regna dal 1999, ha combattuto il salafismo con un pugno di ferro, un pugno che è di una mano ferma, quella del Bcij, Bureau central de Investigations Judiciaries, i capillari servizi segreti di uno stato nordafricano, colpito nelle sue capitali, nel 2003 a Casablanca, a Marrakesh nel 2011. Se in Europa gli attentatori erano di origine marocchina, alcuni di quelli di Casablanca – sei – erano di origine europea. All’epoca, nel 2003, gli attentatori ragazzini di Barcellona forse stavano imparando a camminare, erano appena nati e sarebbero cresciuti in un mondo in cui l’arena della jihad è globale, un mondo in cui anche ciò che dovrebbe fermare il terrore, lo alimenta. Sono stati gli accademici dell’università di Granada e gli ufficiali carcerari che hanno confermato che «le attività dei jihadisti non terminano al momento dell’arresto, in cella, privati della loro libertà, ma continuano nelle istituzioni penitenziarie. Sono proprio le mura delle celle che permettono di indottrinare, di portare avanti il messaggio di disperazione, generare un’identità collettiva e legittimare il terrorismo. Le prigioni favoriscono la radicalizzazione».

Le prigioni spagnole, dove si coltivano jihadisti come piante da seminare e annaffiare, sono piene. Nonostante le polemiche del giorno dopo, quelle che accompagnano ogni attentato, in ogni parte del mondo, su ogni giornale e dibattito tv del globo, questo era un attacco che si aspettava da anni: lo dicono le statistiche e i servizi segreti. Secondo l’Europol, la Spagna ha il secondo numero più alto di arresti di terroristi islamici: 187 solo nel 2015. Precede la penisola iberica solo la Francia, con 424 detenuti, ma la popolazione di musulmani in Spagna è pari al 2,1% della popolazione, mentre in Francia al 7,5%.

Almeno 170 spagnoli sono andati a combattere in Siria da foreign fighter, un numero inferiore a quello di molti Stati europei, dove però non sempre tutti i dati sono registrati o noti. Le agenzie di sicurezza stanno monitorando attualmente 1100 persone con visioni radicali, mentre il Paese sta ricevendo il più alto numero di migranti da anni: 9000 arrivi negli ultimi 8 mesi, 3 volte di più che nell’ultimo anno. Nonostante la maggior parte siano migranti in cerca di asilo, l’Is cerca di infiltrarsi tra loro. Robert Verkaik ha scritto che due cose non sono state dette dopo lo stupore della tragedia: è stato un attentato da low tech terror, da tecnologia primitiva, e questo vuol dire che l’Is non ha più i mezzi per lanciare operazioni sofisticate, vuol dire che ormai questi sono i suoi spasimi. Il low tech terror model, una strategia militare di basso livello tecnologico, è però quello che le agenzie hanno paura diventi il modus operandi delle prossime generazioni di jihadisti.

Gli attentatori di Barcellona erano troppo impreparati perfino per usare la “madre di satana”, l’esplosivo di perossido di acetone, che avrebbero scagliato contro la Sagrada familia. Il loro addestramento, come la loro radicalizzazione, era pari alla loro conoscenza reale del Corano: rapida, superficiale, irrisoria. Intanto tante frasi e foto si dedicano ai morti, quasi mai ai sopravvissuti. Tanta retorica scorre a fiumi dalle bocche dei politici: «non cambieranno il nostro modo di vivere». No, non lo cambieranno, a prescindere dalle frasi del giorno dopo. A Barcellona c’era Chris Pawley, 30 anni, che c’era già a Manchester, all’arena di sangue del 22 maggio, quando 22 persone sono morte. Era in Spagna per un altro festival musicale, un paio di quartieri da Las Ramblas. Quando il Manchester evening news l’ha chiamato per una dichiarazione, tutto quello che è riuscito a dire è “non posso crederci”, ma ha continuato a visitare la città.

È l’Europa che si sposta e che in fin dei conti, nonostante il sangue, – non immaginato, ma visto, annusato, sentito -, continua comunque a vivere, a camminare, viaggiare. Non si è fermata nel 2004, non si fermerà nel 2017. L’australiana che passeggiava nella capitale catalana, Julia Monaco, era a Londra quando a giugno un ufficiale di polizia veniva accoltellato al Borough Market. E adesso? «Finiremo la vacanza» ha detto alla Bbc.

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