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Non ha alzato la cornetta del telefono, perché sapeva che dall’altro lato del cavo c’era la Casa Bianca. Perché il presidente del suo Stato, il più potente al mondo, aveva detto che per la violenza della protesta c’era da «blame on both sides», cercare la colpa da entrambi i lati, da entrambe le parti. Perché lei lo aveva visto e sentito durante la conferenza in tv comparare sua figlia, un’antirazzista militante, ai manifestanti del Kkk, ai suprematisti bianchi, ai nazisti e ai fascisti. E ha deciso che questo lei non glielo avrebbe né permesso né perdonato.

Così Susan Bro ha fatto sapere al mondo dal suo paesino, Ruckersville, attraverso gli schermi di “Good Morning America” – una trasmissione che parla a migliaia di americani al mattino molto presto – che l’uomo che twitta stupidità ad ogni ora della notte, il signor Trump, non se la sarebbe cavata così: «Non laverà via quello che è successo stringendomi la mano e dicendo I’m sorry, mi dispiace. Io non lo perdonerò».

Susan Bro ha la pelle bianca come i suoi capelli, gli occhiali, una camicia rosa, come il colore dei fiori che hanno lasciato per sua figlia. Susan Bro è la madre di Heather D.Hayer, morta durante gli scontri tra suprematisti bianchi e antirazzisti a Charlottesville, in quegli Stati Uniti dove l’inquilino della Casa Bianca ha tardato a condannare le torce, le marce e le svastiche di chi si era preso le strade reclamando white power, potere bianco, per gli uomini bianchi e solo per gli uomini bianchi.

«Pensa, prima di parlare» ha detto Susan a Trump. È la madre di Charlottesville adesso a parlare per tutta l’America. L’uomo dai capelli gialli pensava di cavarsela con un tweet: ha detto di sua figlia che era una «special young woman che verrà ricordata da tutti».
Mentre le marce antirazziste si moltiplicano in tutta l’America, Susan ha detto: «I’m sorry, I’m not talking to the president. Non parlerò al presidente, mi dispiace, dopo quello che ha detto su mia figlia. Avete provato a zittirla, invece l’avete resa immortale».

Heather D.Hayer era una giovane antifascista di 32 anni ed è stata investita da un auto – stessa modalità degli attentatori di Barcellona – perché partecipava alle proteste multietniche di un’America sempre più violenta contro i suoi figli afroamericani. Adesso bisogna ricordare la sua memoria, non quella di Robert E. Lee, il generale capo dei sudisti. È stata per la rimozione della sua statua dalla città che i suprematisti sono scesi in piazza. Il sindaco di Charlottesville, Mike Siger, ha detto che è tempo di fare passi concreti per creare il memoriale di una battaglia più recente, per ricordare per sempre non il generale sudista Robert Lee, ma l’antifascista americana Heather D.Hayer.

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