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Castelsantangelo sul Nera, borgo incavato tra i maestosi monti Sibillini e devastato dal sisma dell’ottobre 2016, due campanili hanno reagito in modo radicalmente diverso alle scosse: la torre campanaria di Santo Stefano (a sinistra guardando il paese) è in larga misura franata sulla chiesa distruggendo il presbiterio; il campanile a destra, della chiesa di San Martino dei Gualdesi, è rimasto in piedi. «Qui si è seguita la normativa obbligatoria dopo il terremoto del 1997 che ha indicato un buon modo di procedere e ha salvato il bene. La differenza è paradigmatica: dimostra che la prevenzione dà risultati. Con queste due chiese a una cinquantina di metri l’una dall’altra possiamo vedere l’effetto». Chi pone una questione cruciale è Luca Maria Cristini, architetto che tra l’altro ha curato il bel riallestimento del Museo Civico di Sanseverino Marche, tuttora aperto. Fino a poco tempo fa responsabile del patrimonio artistico della diocesi di Camerino, ha battuto palmo palmo i paesi e le frazioni colpite a fianco dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Ancona per valutare i danni e recuperare dipinti, sculture, suppellettili.

Nelle Marche meridionali prossime all’Umbria, nella Valnerina, l’epicentro ha scatenato la potenza più distruttiva. Tra le case crollate di Castelsantangelo spicca un palazzo cinquecentesco con finestre ad arco troncato a metà. Nella frazione di Vallinfante qualche operaio lavora in un cantiere del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo in una chiesa di cui, del campanile, resta il mozzicone della base coperta da un telo azzurro. Agenti della Finanza controllano chi si avvicina. A Visso, dove qualche negozio vicino a militari e polizia brulica di vita, all’ingresso della “zona rossa” una sorta di pupazzo bianco sul ponte pare introdurre a una porta puntellata e d’ingresso alla cittadina. Salendo a nord lo scenario vira decisamente in meglio. A Camerino la vita scorre normale, l’università ha tenuto bene, mentre il centro storico in alto, circondato dalle mura, è inagibile, è “zona rossa” sorvegliata dall’esercito. Qui in una Piazza Cavour desolatamente vuota tre operai entrano nel Duomo ricostruito nell’800. Nel portico c’è qualche calcinaccio. Al capo opposto dell’abitato la chiesa di Santa Maria in Via, di metà ‘600, è un cantiere con gru e macchinari. Don Mariano Blanchi, il parroco, è «molto arrabbiato perché, dopo il terremoto del 24 agosto, c’erano evidenti crepe strutturali. Non è stato preso alcun provvedimento salvo transennare, nessuno ha ascoltato me e un altro prete. Dopo la scossa del 26 ottobre il campanile si è spezzato sotto la cella campanaria. E la neve a febbraio ha fatto cadere un pezzo della cupola lesionata lasciandone uno spicchio. Era decorata, una meraviglia. Si poteva salvarla. Si sono rimpallati tutti la responsabilità finché ho spedito al ministero una lettera documentata con foto e ad aprile è partito il cantiere. Speriamo fermi il degrado. Andava fatto prima». Intanto il dipinto-icona del Rinascimento camerte, l’Annunciazione del 1455-6 di Giovanni Angelo D’Antonio, fino al 30 luglio è agli Uffizi nella mostra con opere marchigiane dalle zone terremotate “Facciamo presto!” Non è nella Pinacoteca civica perché svuotata in quanto inagibile. Per la curatrice delle collezioni civiche e direttrice del Museo diocesano di Camerino Barbara Mastrocola «serviranno tempi lunghi. Si può immaginare che nasca un polo museale unico con le due raccolte più la biblioteca, per esempio nell’ex chiesa di San Francesco». A giudizio della museologa il compito è immane: «Questa diocesi conta 512 chiese di cui 340 lesionate e spesso in luoghi difficili da raggiungere. La gestione del dopo-terremoto? Capisco che i responsabili dei beni culturali non potevano parlare con tutti i sindaci, tuttavia avrebbe dovuto esserci più condivisione. E un tempo il ministero aveva un ispettore per l’area grosso modo della provincia di Macerata, adesso la stessa figura deve seguire più territori. La soprintendenza da sola non può farcela».
Che il Mibact abbia forze insufficienti alla tutela è opinione ampiamente diffusa fra gli addetti. «Tra architetti, archeologi, bibliotecari, storici dell’arte, restauratori e via dicendo da tutta Italia si sono avvicendate come rinforzi, a titolo volontario perché non possiamo obbligare nessuno, circa mille persone, uno sforzo enorme», ribatte il prefetto Fabio Carapezza Guttuso, responsabile dell’Unità di crisi del coordinamento del ministero dei Beni culturali. È ancor più diffusa la convinzione che il dicastero non abbia protetto molti edifici storici dopo il 24 agosto. «Parliamo di tre terremoti. Con i danni del primo avremmo concluso i rilievi in sei mesi. La messa in sicurezza difende il monumento da una scossa di un’intensità prevedibile, non da qualunque terremoto e quello del 30 ottobre è stato dirompente. A Camerino abbiamo messo in sicurezza i due campanili del Duomo perché cadendo avrebbero potuto sfondare alcuni presidi, ma anche se l’avessimo fatto a San Benedetto a Norcia la basilica sarebbe crollata lo stesso. Anzi, se irrigidisci una parete rischi di provocare un danno maggiore». Il prefetto puntualizza: «Come chiarito in incontri continui con vescovi e sindaci, un’ordinanza del Commissario alla ricostruzione Vasco Errani prevede che un Comune, una Diocesi o un privato possa chiamare direttamente un intervento in caso di “somma urgenza” per evitare il crollo di un edificio storico». E, sottintende, spesso questo non è avvenuto.
Storico dell’arte che indaga e intende affreschi, chiese, scultura e pittura dell’Italia centrale come perni del vivere civile, Alessandrio Delpriori, 40 anni, è sindaco del delizioso paese di Matelica, nel maceratese. Si è speso fin dall’inizio tanto per i concittadini quanto per salvaguardare l’arte del suo territorio ed, entro l’estate, forse luglio, confida di riaprire in sicurezza almeno parte del Museo Piersanti con la sua collezione di arte marchigiana.

Sindaco Del Priore quale ritiene siano le priorità per il patrimonio artistico?

Gli affreschi. Una vola recuperate tutte le opere mobili, e pare che le operazioni siano terminate, dobbiamo salvare gli affreschi. Stanno a terra in molte chiese quindi serve una campagna massiccia per mettere in sicurezza le murature e vedere se le pitture possono restare lì o vanno staccate.

Quali chiese le vengono in mente per prime?

Nelle Marche Santa Maria a Nocelleto, una frazione di Castelsantangelo sul Nera. O la chiesa di San Martino dei Gualdesi nel capoluogo dello stesso comune. Oppure la Collegiata di Visso. Le frazioni hanno chiese con affreschi in una quantità impressionante. Nel versante umbro ci sono le frazioni di Norcia come Ancarano, dove bisognerà capire come sta la chiesa della Madonna Bianca. Penso anche alle chiese di Preci. C’è ancora tantissimo da fare.

Come procede l’azione dello Stato?

Con i suoi tempi, a rilento, ma procede. La burocrazia è farraginosa, c’è pochissimo personale e pochissimi soldi per la tutela, però va avanti, questo sì. Purtroppo manca una vera regia complessiva.

Quindi la burocrazia crea ancora difficoltà come risultava nell’autunno scorso?

Sì. Metti in sicurezza un edificio e la Regione non ti rendiconta, non per cattiva volontà, ma perché le competenze non sono chiare. Spesso su beni culturali con danni leggeri conviene fare il ripristino altrimenti, con la messa in sicurezza, si spende il doppio e questo getta nel panico. C’è un’ordinanza del direttore del dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio che dice l’esatto contrario e in alcuni casi è quasi paradossale

Come valuta l’operato del Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo?

Effettivamente il ministero con i suoi tempi ascolta, prende in carico progetti, con i suoi uomini lavora tantissimo. Il problema è che sono pochissimi e se fossero molti di più sarebbe diverso. Funzionari e amministrativi si ammazzano di lavoro e, voglio dirlo, sono ammirevoli.

Può citare qualche caso in cui le procedure frenano gli interventi?

L’apertura del nostro deposito attrezzato per opere d’arte “Matelica Museo Aperto” è stato un calvario di burocrazia. Nessuno si prendeva la responsabilità della rendicontazione delle spese. Ora abbiamo trovato la quadra. Oppure prendiamo Santa Maria in Via a Camerino. Nessuno ha fatto nulla per mesi ed è crollato il tetto. Il Comune se la prende col Ministero, la Diocesi col Comune, eccetera, eccetera. L’articolo 15 bis del decreto sul terremoto (Dlgs 226/2016) voluto dal ministro Dario Franceschini (dell’ottobre scorso, ndr) dice che se il Comune o il proprietario ravvede il rischio di perdere un bene culturale può intervenire direttamente fino a 40mila euro tanto che basta comunicarlo mentre, fino a 300mila euro, serve un progettino. Gli strumenti ci sono e qualcuno li ha usati. I Comuni possono e devono intervenire ma non lo fanno per paura, perché non sanno, perché non interessa o forse semplicemente perché non porta voti.

I numeri del ministero dei beni culturali ha conteggiato, a fine aprile, 16.111 beni mobili recuperati di cui 8.045 nelle Marche, 5.000 in Umbria, 2.856 nel Lazio, 210 in Abruzzo; 6.921 i beni librari messi al riparo (1.250 nelle Marche, 5mila in Umbria); 633 le messe in sicurezza di edifici storici (441 nelle Marche, 79 in Abruzzo, 73 in Umbria, 39 nel Lazio). Sul personale, sempre fino a fine aprile, il dicastero dichiara di aver impegnato 300 persone a settimana per un totale, a rotazione, di duemila.

Ndr Intanto i risparmi per 10 milioni di euro nel 2018 e per 11 milioni di euro in ciascuno degli anni 2019 e 2020. Sono questi gli obiettivi di spesa per il triennio 2018-2020 pianificati per il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) secondo un decreto del presidente del Consiglio dei ministri dello scorso 28 giugno pubblicato in Gazzetta Ufficiale. I target, già decisi dal Documento di economia e finanza 2017 secondo le linee stabilite dal ministero dell’Economia, prevedono che le Amministrazioni centrali dello Stato contribuiscano attraverso “riduzioni di spesa strutturali” per un importo pari ad almeno un miliardo di euro, in termini di indebitamento netto. Ad essere escluse dalla scure dei tagli solo le spese relative a investimenti fissi lordi, calamità naturali ed eventi sismici, immigrazione e contrasto alla povertà.

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