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Del ristorante non è rimasto nulla. Ma Bucci non è voluto tornare a vedere le macerie. Lui e gli amatriciani l’hanno ricostruito e si sono ricostruiti, soprattutto. Con il coraggio del “lasciare andare”, con l’urgenza di rimettersi in piedi.

Mi si perdoni se, contravvenendo alle regole del giornalismo di massa, mi prendo la briga, per una mattina, di osservare il terremoto dalla parte inversa e in senso largo. C’è questa storia, bellissima, del ristorante Roma di Amatrice, il “tempio dell’amatriciana” l’hanno etichettato l’anno scorso quasi tutti tra giornali e telegiornali sempre presi dalla frenesia di sloganizzare tutto in nome di un scorrevole storytelling.

L’hotel Roma, per chi ha memoria di quelle immagini senza bisogno di didascalie, è l’albergo che abbiamo rivisto mille volte completamente afflosciato su se stesso in cui persero la vita sette persone. Se passavi da Amatrice e volevi mangiare amatriciana l’hotel Roma di Arnaldo Bucci era una tappa obbligatoria. Ed è significativo, dell’albergo come per altre attività, il fatto che il crollo abbia spazzato tutto: ciò che era casa ma anche il lavoro, la passione e la fonte di reddito. Tutto.

Tra le decine di interviste “un anno dopo” c’è n’è una a Bucci in cui la giornalista del Corriere della Sera gli chiede se è mai tornato ad Amatrice, sulle macerie del vecchio hotel, almeno per recuperare qualcosa e Bucci risponde:

«E cosa? Non sono rimaste che macerie. E poi non mi importa di recuperare niente, ormai quella è vita passata. Non mi interessa vedere che è tutto sbriciolato».

Oggi l’Hotel Roma e i suoi piatti di amatriciana sono attivi a pieno servizio nella nuova area consegnata ad Amatrice grazie anche alle donazioni. L’attività è ripresa alla grande: i clienti non mancano e gli affari vanno bene. Hanno ricostruito. Bucci e gli amatriciani si sono ricostruiti, soprattutto. E dentro quella frase c’è la forza del “lasciare andare”, con l’urgenza di rimettersi in piedi. C’è la forza (che io ammiro furiosamente) di essere già nel futuro senza abbandonarsi a funebri rimestamenti o addirittura a necrofile rivendicazioni. A me pare che quella frase sia un manifesto bellissimo. Da attaccare su tutti i muri, mica solo per i terremoti. È quello il cemento. Di ogni ricostruzione.

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