Dopo gli ultimi raid aerei della coalizione sunnita guidata dall'Arabia Saudita, si contano circa 70 vittime. Colpiti ospedali, abitazioni, scuole. Si muore anche per le epidemie, ma tutto questo non fa notizia

Nello Yemen, un Paese di venti milioni di abitanti, dove ogni giorno si registrano 5mila nuovi casi di colera, sono appena morte 35 persone. Qualcuno dice 40. La conta funesta è ancora in atto e per alcune fonti, le persone che hanno perso la vita sotto le bombe cadute a nord di Sana’a, capitale dello Stato arabo più povero del mondo, sono quasi 70. Settanta: ed erano tutti civili. L’obiettivo del raid aereo di ieri dell’Arabia Saudita, testa d’ariete della coalizione sunnita, era una base militare degli Houthi sciiti, i ribelli del nord che combattono per il riconoscimento del governo in esilio. Ma le bombe hanno colpito case, scuole, ospedali, alberghi. I bombardamenti di questi mesi hanno distrutto ponti, ospedali, fabbriche.

Due anni e mezzo, quasi tre, ma si continua a morire in Yemen. Si muore di bombe, di fame e soprattutto di silenzio. Di malattie che pensavamo confinate nelle pagine dei libri di storia. In tre mesi il colera ha ucciso 2mila persone e mezzo milione sono state contagiate: è la più grande epidemia della storia degli ultimi cinquant’anni. I dottori, il resto del personale medico e i soldati, non vengono pagati da tanti mesi che tra poco si potrà scrivere che per un anno avranno vissuto senza ricevere salario.

Due anni e mezzo, quasi tre. Quella in Yemen non è proprio come la chiamano – la “guerra dimenticata” -, ma piuttosto è la guerra ignorata, sempre e da sempre, da tutti i giocatori della comunità mondiale.

Le esplosioni uccidono in un istante e la malattia in poche ore. L’Arabia Saudita blocca i rifornimenti di benzina, gli aiuti medici non riescono ad arrivare ed è per questo che le organizzazioni non governative cominciano a parlare di un’epidemia man made, una catastrofe voluta ed organizzata dai sauditi, contro i sette milioni di abitanti che vivono in povertà, muoiono di fame e prima delle cure mediche, non riescono nemmeno a procurarsi cibo. Due terzi della popolazione hanno bisogno di quell’aiuto umanitario ora bloccato, per sopravvivere giorno dopo giorno, ancora un giorno, almeno fino a domani.

Per approfondire, leggi l’articolo di Chiara Cruciati su  Left n.34 del 26 agosto


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