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L’esistenza di una agguerrita e nutrita cellula terrorista con base a Ripoll – piccolo centro della Catalogna a ridosso dei Pirenei -, la strage alla Rambla di Barcellona e la fallita strage (con uccisione dei cosiddetti “soldati del Califfato”) a Cambrils hanno colpito molto di più l’opinione pubblica, almeno quella italiana, rispetto agli attentati di Stoccolma o del London Bridge, in poco tempo digeriti e archiviati, nonostante la presenza, a Londra, dell’italo-marocchino Youssef Zaghba per il quale l’Italia era la seconda patria.
Questo perché la sensazione diffusa è che i destini della Spagna potrebbero essere simili a quelli che attendono l’Italia, che è sempre di più nel mirino della propaganda del Califfato. Roma, ossia il cuore della cristianità, è da tempo un obiettivo simbolico palesemente dichiarato, tanto che lo slogan utilizzato dopo la strage parigina del Bataclan (e di altri luoghi) era “Parigi prima di Roma”, per indicare che la capitale italiana aveva un destino segnato.
Ma, al di là dei timori, si può dire che la strage di Barcellona ha segnato un punto chiaro rispetto alle strategie dell’Isis. Ossia che con l’approssimarsi della sconfitta militare (e quindi con il venir meno dell’immagine “vincente” che è stato il principale volano per il reclutamento) è probabile che lo Stato islamico, non più “Stato” che governa un territorio, possa “qaedizzarsi” e diventare una temibilissima forza terrorista capace di colpire sull’intero pianeta, indipendentemente da calcoli politici che non sono propri dei seguaci di al-Baghdadi ma che…

L’articolo di Gianni Cipriani apre la cover story e prosegue su Left in edicola


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