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Nairobi, 21 agosto 2017. Si rimane sbigottiti a sfogliare i quotidiani e a vedere le news in televisione in questi giorni. Sul vile attentato di Barcellona abbiamo potuto leggere e ascoltare di tutto. Paginate di carta e ore di filmati in cui si cerca di raccontare la cronaca e i retroscena, le analisi e gli scenari che si possono a questo punto verificare. Spesso opinioni contrastanti, e questo potrebbe essere non solo normale, ma anche logico e auspicabile, ma anche ricostruzioni divergenti delle quali una sola può essere azzeccata, le altre invece frutto di fantasia. Probabilmente l’obiettivo non è quello di informare il lettore, ma piuttosto di impressionarlo con una mole enorme di notizie; e poco importa se, il giorno dopo, le informazioni non saranno più inerenti alla realtà.

Ma quello che a un osservatore di cose africane più dispiace non sono certo i fiumi di parole che vengono spesi in questi casi, ma piuttosto i fiumi di parole che non vengono spesi per raccontare attentati che accadono sì in altri continenti, ma hanno anche un forte impatto sulle cose che accadono a casa nostra e più genericamente in Occidente. La vigilia di Ferragosto a Ouagadougou hanno piazzato una bomba in un ristorante frequentato da avventori stranieri. I morti sono stati 18. Secondo il ministero degli Esteri del Burkina Faso (di cui Ouagadougou è la capitale) si tratta di 7 burkinabè, un canadese, 2 kuwaitiani, un francese, un senegalese, un nigeriano, un libanese e un turco. Il giorno dopo l’attacco tre vittime non erano state ancora identificate. Ma poiché l’esplosione ha fatto anche alcuni feriti gravi, probabilmente il bilancio è più pesante. Non ci sono comunque italiani, così i giornali di casa nostra hanno potuto evitare di parlare di questo grave fatto di sangue.

Qualche giorno prima c’è stato un altro attacco in un ristorante di Mogadiscio e ancora prima è stata devastata una stazione turistica in Mali. È difficile continuare e fare un elenco preciso perché in Africa (ma non solo, anche in Asia) è uno stillicidio di attentati, bombe, omicidi mirati. Fatti quasi quotidiani che i media italiani, grazie a una certa colpevole superficialità, non registrano. Si, è vero, non sempre gli autori sono seguaci di Allah e altre volte la religione viene usata anche per regolare conti personali con avversari e antagonisti, possibili ora, più di prima, grazie alla violenza generalizzata che è sempre in agguato. Ma ciò non può e non deve giustificare il completo disinteresse su queste vicende.
I lunghi servizi che in questi giorni sono stati diffusi dalle televisioni sui blocchi di cemento piazzati a difesa delle strade delle città italiane, confermano quello che accade ormai da anni in tutta l’Africa e di cui pochi si sono occupati. In Kenya per esempio, ma non solo, per entrare in un centro commerciale si deve sottostare a una perquisizione che prima, fino a qualche anno fa, era fisica e ora, da molte parti, è affidata a macchine sempre più sofisticate.

Per entrare all’aeroporto Jomo Kenyatta International di Nairobi le automobili devono passare su una pedana/scanner che radiografa tutto quello che c’è sul veicolo. Un chilometro prima di arrivare allo scalo, è stato costruito un piazzale apposito, con 16 corsie canalizzate, dove si fanno tutti gli imponenti controlli. Si evita così che l’ingresso vero e proprio, più avanti, non venga intasato da lunghe file. Questi accorgimenti sono stati inaugurati nell’aprile 2015, cioè un anno prima del feroce attentato all’aeroporto di Bruxelles. Nella capitale keniota, date le misure di sicurezza un attacco così sarebbe stato difficile da realizzare.

Comunque certi tipi di attentati si possono impedire, ma la fertile mente dei terroristi può senza grande difficoltà escogitarne altri. Prima dell’attacco dell’anno scorso a Nizza, durante le celebrazioni per la festa della presa della Bastiglia, nessuno pensava si potesse noleggiare un camion da “sparare” in un’affollata strada di un centro cittadino.

L’obiettivo del terrorismo, lo dice la parola stessa, è terrorizzare le popolazioni. Al di là delle dichiarazioni di principio, molto ipocrite, («Non ci faremo spaventare. Mai» o quella, francamente risibile di Gentiloni all’indomani dei fatti di Barcellona «Non permetteremo che venga limitata la nostra libertà») resta il fatto che la gente è impaurita e intimidita e rinuncia spontaneamente alla propria libertà, pur di limitare i rischi di perdere la vita.

Devo rientrare in Italia e ho scelto un volo che parte l’11 settembre. Quando, per prendere un impegno o un appuntamento, comunico a qualcuno la data, osservo una reazione sconcertata, dove la meraviglia si mescola al timore: «Ma come? L’11 settembre non si vola». La paura dunque c’è e molti autolimitano la propria libertà. E se non si argina il terrorismo, non solo con i muscoli, ma anche e soprattutto con l’intelligenza, si rischia di vedere fortemente limitata la propria libertà e quella degli altri. Il terrorismo è pericoloso non solo per la violenza che esercita, ma anche perché costringe ad assumere comportamenti non in sintonia con i valori della nostra organizzazione sociale. A Nairobi dopo l’attentato al moderno centro commerciale Westgate, nei locali e nelle aree di shopping la folla è diminuita sensibilmente. Si entra, si compra e si esce. Un mesetto fa è stato inaugurato un mastodontico complesso che non ha nulla da invidiare a quelli enormi alle porte delle nostre metropoli. Attrazione principale un gigantesco Carrefour con banchi stracolmi di merce. I prezzi sono competitivi e, così, i primi giorni era strapieno di consumatori che volevano soddisfare la loro legittima curiosità.

I controlli alle auto per accedere ai parcheggi – sotterranei e no – e poi quelli personali con scanner corporali per entrare nei palazzi dove ci sono i negozi, hanno mostrato quanto fosse tangibile il pericolo. Intanto gli shebab – i terroristi legati ad Al Qaeda – dalla Somalia hanno annunciato che stanno per colpire il Kenya, reo di avere invaso l’ex colonia italiana per combattere gli estremisti islamici. Quindi la folla è scemata e la paura di un nuovo Westgate è serpeggiata.

Era il settembre 2013 quando un commando di terroristi prese il controllo del centro commerciale Westgate, il più moderno, elegante e prestigioso di Nairobi. Furono 4 giorni di inferno, la cui storia precisa e completa è ancora oggi circondata da misteri. Ufficialmente i morti furono 64, ma ai giornalisti risultano almeno 150. E poi incertezze sul numero di terroristi. Solo quattro, sempre secondo le autorità; ma dalle interviste fatte a caldo, quando il complesso era ancora controllato dagli uomini del terrore, noi giornalisti rilevammo che all’interno c’erano almeno sei gruppetti di due persone l’uno, sistemati nei quattro piani del grande palazzo.

I giornali italiani non si interessarono granché della vicenda. Quello che succede alla periferia dell’impero non importa per nulla. E invece proprio in questa periferia nascono i fermenti che portano al terrorismo esportato in Europa e in America. L’Africa con le sue guerre continue non è altro che la palestra dove ci si allena per poi giocare su altri campi, i nostri. Non solo, ma si è trovato che molte delle armi leggere usate negli attentati in Occidente arrivano dall’Africa dove erano state portate un po’ di tempo fa dagli occidentali per combattere altre guerre. E allora nell’indifferenza generale il cerchio si chiude. Forse qualcuno si meraviglierà il giorno in cui (speriamo proprio di no) si scoprirà che l’esplosivo contenuto nelle bombe fabbricate in Sardegna, vendute all’Arabia Saudita e da qui finite in Yemen e poi nelle mani di Al Qaeda ritornerà in Europa nell’ordigno di qualche attentatore.

Raccontiamo pure quello che accade a Barcellona ma vogliamo andare a vedere e (soprattutto) capire anche quello che succede a Ouagadougou, a Bamako, a Nairobi, a Mogadiscio? Trattare con sufficienza le storie che accadono quaggiù come se si trattasse di un altro mondo lontano, in un’altra galassia, è concettualmente sbagliato.

L’articolo di Massimo Alberizzi è tratto da Left n. 34 


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