Franco Fedeli, fondatore della pionieristica rivista Polizia e democrazia, nei cruciali anni Settanta propose con forza l’immagine del “lavoratore-poliziotto” e ne fece una leva decisiva per arrivare alla riforma che nel 1981 smilitarizzò il corpo. Gli agenti non dovevano più essere “sbirri”, mero braccio armato del potere, bensì lavoratori fra lavoratori e quindi cittadini. Fedeli se n’è andato nel 1997 e non può commentare l’evoluzione della polizia di Stato e degli altri corpi di sicurezza dell’ultimo ventennio, ma è difficile pensare alla figura del lavoratore-poliziotto e cittadino-fra-cittadini mentre scorrono le immagini del brutale sgombero delle famiglie di profughi e richiedenti asilo da piazza Indipendenza a Roma. Come fu difficile, nell’estate del 2001, collegare il progetto della “nuova polizia” con le violente scorribande, gli abusi, le torture, i falsi praticati da centinaia e centinaia di agenti nelle piazze, nelle strade, nelle caserme, nelle scuole di Genova durante il vertice G8.

Nel 2001, increduli e scioccati, ci chiedevamo: che cos’è successo nei venti anni trascorsi dalla riforma? Che ne è stato della “polizia democratica” che dialoga con i cittadini e privilegia la prevenzione? Non c’erano risposte a disposizione: né il potere politico, né i sindacati e tantomeno i vertici di polizia seppero offrire spiegazioni convincenti circa la caduta di legalità costituzionale che caratterizzò le giornate genovesi e anzi si alzò rapidamente un muro di protezione – fatto di silenzi e di omertà – che a malapena la magistratura, negli anni successivi, è riuscita a scalfire.

Nel luglio scorso il nuovo capo della polizia di Stato, Franco Gabrielli, in virtù di un’intervista fin troppo celebrata, è stato accreditato del merito di avere messo un punto fermo nel lungo e irrisolto dopo Genova-G8. «La gestione dell’ordine pubblico fu una catastrofe», ha dichiarato…

Lorenzo Guadagnucci è portavoce del Comitato Verità e giustizia per Genova

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