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Mezz’ora: è il tempo che impiegherebbe un missile intercontinentale lanciato dalla Nord Corea per raggiungere Los Angeles. In 30 minuti sono racchiusi 64 anni: perché per i nordcoreani la guerra non è mai finita. Anzi, va avanti dal 1953. «Anche se i bombardamenti sono finiti nel 1953, Pyongyang insiste: la guerra non è mai finita e tra i suoi obiettivi ufficiali c’è la riunificazione della penisola coreana sotto la dinastia di Kim» scrive Mark Bowden sul magazine The Atlantic. Ma quella che verrà, se verrà, non sarà come l’ultimo conflitto degli anni ’50: «Si crede che i nordcoreani abbiano scavato tunnel ovunque verso la Corea del Sud. Ed essendo dotati di sottomarini piccolissimi, potrebbero far detonare la bomba sotto la stessa Seul».

La Nord Corea ha un esercito con un milione di soldati, armi biologiche e chimiche. Può raggiungere gli Strati Uniti con un’arma nucleare – le uniche altre nazioni a poterlo fare sono Russia e Cina – ed è per questo «la più grande minaccia nei confronti degli Stati Uniti esistente in questo momento. Secondo la logica trumpiana, il costo della all-out war, la guerra totale, potrebbe essere accettabile perché rimarrebbe dall’altro lato del mondo. Gli America firsters – quelli dell’America prima di tutto – potrebbero vedere le vittime asiatiche come accettabili».

Secondo gli esperti interpellati dal giornale ci sono quattro opzioni per mettere fine alla questione. La prima è la prevenzione: un attacco per eliminare l’arsenale di Pyongyang e le armi di distruzione di massa, once and for all, una volta per tutte; la seconda è aumentare la pressione e usare forze aeree e navali per danneggiare e distruggere la loro capacità militare, compresi i piani missilistici; la terza è l’accettazione: accettare che Kim sviluppi le armi ma per contenerne le intenzioni; la quarta è la decapitazione: eliminare solo il leader con un assassinio e ripiegare su un Capo di Stato nuovo che «aprirà la Corea al mondo. Ma tutte le opzioni sono cattive», scrive the Atlantic.

Nonostante abbia fatto i suoi giuramenti spregiudicati, «Trump non ha detto niente di significativamente diverso rispetto ai politici americani del mezzo secolo precedente nei confronti della Nord Corea. Fare in modo che la dinastia di Kim abbandoni le nuke, le armi nucleari, era una priorità già prima che Pyongyang facesse il suo primo test missilistico nel 2006, durante l’amministrazione Bush. Poi i missili sono stati detonati quattro volte durante il governo di Obama. È da quando era al potere Richard Nixon che gli Usa tentano di porre fine alle minacce, alle esercitazioni di Kim facendo pressione sulla Cina, introducendo sanzioni, e più recentemente commettendo cyber sabotaggi. Nel 1969 il presidente Nixon è stato timido quando due caccia nordcoreani hanno abbattuto un aereo spia Usa». All’epoca nel mare del Giappone morirono 31 nord americani.

Il mondo si interroga sul suo futuro mentre nel regno autoritario di Kim Jong Un le provocazioni sono missili, in quello di Trump sono tweet. Il loro prezzo dovremmo però pagarlo tutti. Risalgono a luglio le ultime sanzioni contro Pyongyang dell’Onu. Subito dopo seguirono le parole del presidente americano che hanno indispettito quello nordcoreano: problema risolto, «la Corea del Nord ha imparato a rispettarci». Se da una parte c’è la promessa Usa di fire and fury, fuoco e furia di Trump, come in un film sull’apocalisse di Hollywood, dall’altra ci potrebbero essere armi biologiche e chimiche nascoste in tutto il paese. Robert D. Kaplan lo scrisse sull’Atlantic più di dieci anni fa, nel 2006: «Potrebbe essere per il mondo – ovvero, realmente, per l’esercito americano- l’operazione di stabilizzazione più grande dalla fine della seconda guerra mondiale».

La mappa delle atomiche nordcoreane pubblicata su The Atlantic

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