Il muro in Messico, Joe Arpaio, the dreamers. Per interrogarci sull’atomica di Kim, abbiamo dimenticato che sulla poltrona della più ricca e potente democrazia occidentale siede lui. Biondo, razzista e nucleare.

Lui che in realtà non vuole fare di nuovo grande “l’America”, vuole farla solo Bianca, come la Casa da cui proclama slogan, taglia budget pubblici e riposta frasi da account come “whitegenocide”alle prime luci dell’alba. Lui, Donald Trump, è quello del Russian Gate, quello del birther movement, perché Obama era nero, quindi non era davvero americano, nato sul suolo degli Stati Uniti. Era sicuramente un musulmano, quindi un terrorista, con un attestato di nascita falso. Lui: quello degli slogan. Quello che grab by the pussy, acchiappala per la figa. Quello che “ci mandano i loro criminali oltre confine: wall, wall, wall!”. Muro! Nella nazione fondata da migranti – dopo il più massacrante genocidio dell’umanità, quello degli indiani d’America-, costruita e coltivata dai muscoli degli schiavi neri d’Africa, è lui il presidente nel 2017.

Lui che voleva fare l’America grande, la sta facendo sempre più piccola. Dopo la marcia contro i nazisti e suprematisti americani a Charlotsville, lui disse più volte che la violenza veniva da entrambi i lati. Da uno di quei lati c’era il KKK.

Lui offre perdono, concede grazia. Prima di lui il presidente Harry Truman non rivelò mai a chi la riservò. Il presidente Gerald Ford la diede al suo predecessore, Richard Nixon, una domenica mattina, senza alcun preavviso. Il presidente George H. W. Bush la usò per una figura chiave dell’Iran-Contra affair, dopo aver perso la rielezione. Regan gli stessi membri dell’operazione non volle perdonarli perché “li avrebbe lasciati sotto un’ombra di colpevolezza per il resto della vita”. Il presidente Bill Clinton riservò la grazia al finanziere fuggitivo Mark Rich, due deputati democratici del Congresso, un colpevole dello scandalo Whitewater e per suo fratello. E tutto questo lo fece nel suo ultimo giorno in ufficio alla Casa Bianca. Lui il suo perdono lo ha annunciato da uno dei suoi palchi preferiti, a Phoenix, Arizona. Ha concesso la grazia allo sceriffo di 85 anni che ha kept Arizona safe, che ha mantenuto sicura l’Arizona. Altro slogan che ricorda il suo.

Joe Arpaio era uno che faceva racial profiling, registrava le persone in basa alla razza, abusava dei detenuti, specialmente se donne e ispaniche. È sospettato della morte di 160 prigionieri, di suicidi, pestaggi, crudeltà varie, come mancata assistenza sanitaria durante i parti, fabbricazione di accuse false per chiudere i latinos nelle sue tendopoli della morte, dove li costringeva a mangiare cibo scaduto, indossare in pubblico biancheria intima rosa. La chiamava la sua Tent City, il suo campo di concentramento personale. Arpaio, per lui, presidente di quella che ama definirsi la democrazia più grande del mondo, “ha fatto solo il suo lavoro”. Arpaio, condannato per oltraggio alla Corte: non ha eseguito l’ordine di un giudice che lo obbligava a liberare persone che aveva messo in cella solo perché sospette di immigration offenses, cioè prive dei documenti. Arpaio: lo sceriffo anti-migranti dal pugno di ferro, leggenda della destra bianca. Arpaio: lui che senza migrazione, non sarebbe nemmeno nato, figlio degli Arpaio, migranti verso il Mondo Nuovo nel secolo che è appena passato dalla provincia di Avellino, regione Campania, Italia.

E ora l’ultima. Svegliatevi, sognatori, dreamers. Quello che sperate ad occhi aperti e chiusi è diventato illegale con una firma del presidente attuale che cancella la decisione del precedente. Tornano in clandestinità 800mila persone, figli di migranti irregolari, cresciuti tutta la vita sotto la bandiera a stelle e strisce. Addio Daca: Deferred action for childhood arrivals. Una specie di ius soli in ritardo. Era lo status legale che proteggeva dalla deportazione giovani adulti che da bambini sono arrivati negli Stati Uniti con i genitori senza documenti. Con Obama gli 800mila avevano ottenuto il permesso di residenza e quello di lavoro, da rinnovare ogni due anni, ma ora torneranno come gli altri nella categoria di illegal aliens.

Da oggi possono essere deportati dopo aver studiato nelle stesse scuole, lavorato nelle stesse fabbriche, bevuto negli stessi bar, sparato nello stesso esercito, pagato le stesse tasse di tutti gli altri cittadini. Perché lo ha deciso lui. C’è qualcuno che marcia in queste ore in America per i suoi diritti. Chi non è lì può osservare da lontano, forse consolarsi. La Daca riguardava quelli che avevano meno di 31 anni all’epoca, cioè nel 2012. Il muro ancora non c’è. Il futuro è di chi lo abiterà. I dreamers sono ancora giovani, Donald Trump invece no.

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