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Un’accusa ingiusta, inventata. Solo per la “colpa” di essere un migrante. Eritreo, si affrettano (e si limitano) a precisare le cronache. Senza nome e senza storia, purché sia straniero. Di lui si è parlato tanto a fine agosto quando è stato accusato di aver tirato delle pietre contro alcuni bambini del quartiere romano Tiburtino III. Ma nel momento in cui la ricostruzione della vicenda da parte della madre di uno dei bimbi ha cominciato a fare acqua da tutte le parti, il caso è immediatamente scomparso dalle cronache, e di lui – che è finito in ospedale per aver ricevuto una coltellata durante la spedizione punitiva nei suoi confronti – non si è occupato più nessuno. A restituirgli un volto è bastato sentire chi ha accolto la sua umanità.

«Si chiama Yacob, ha quaranta anni ed era in attesa di completare le procedure per il ricollocamento in Svizzera» racconta a Left la presidente del Comitato area metropolitana di Roma Capitale della Croce rossa italiana, Debora Diodati. «Arrivato al centro di via del Frantoio (a Roma) nel gennaio del 2017 – prosegue – è rimasto fino al 27 luglio scorso, data in cui, proprio perché stava per finire le procedure necessarie, è stato trasferito al centro di accoglienza Centro di accoglienza straordinaria di via Staderini».

Sarebbe potuto partire legalmente per la Svizzera tra qualche giorno, Yacob, ma «sarà costretto a rimanere in Italia, anche in attesa di testimoniare nel processo» spiega la Diodati. «Il timore è, soprattutto, per la sua salute psichica: vive un momento di forte depressione sia perché dopo un’attesa molto lunga era, finalmente, arrivato il tanto agognato momento della partenza, sia per l’accaduto».

In via del Frantoio – aperto da fine ottobre del 2015 e che ospita tutte le persone che sono fuori dal circuito di accoglienza, le quali rischierebbero di finire o per strada o nelle mani dei trafficanti -, gli operatori sono molto preoccupati e, a ridosso di una manciata di giorni dal violento episodio, continua a esserci una tensione ancora alta, anche fra gli ospiti. I quali, però, «hanno ripreso la vita quotidiana, intrisa di normalità, in un ambiente in cui, abitualmente, si respira un’aria di serenità, fra mamme e bambini (tanti) che continuano come se niente fosse accaduto, con la leggerezza e la bellezza che li contraddistinguono».

E nel presidio umanitario ci convivono, pacificamente, tante nazionalità: «Fino a oggi – dice la presidente – abbiamo accolto e immesso nel circuito della legalità 1850 persone, delle quali circa 300 hanno ottenuto il ricollocamento in Europa. E, da dicembre 2016, anche molti italiani (e ci tiene a precisare che, seppure, a volte, necessario specificare la nazionalità, per lei esistono gli esseri umani, ndr)».

È un quartiere molto difficile, il Tiburtino III ma, certamente, «non è un quartiere razzista». Mai, fino a oggi, alcun episodio di violenza e tantomeno della portata di quest’ultimo: «Seppure gli abitanti della zona – che, tra l’altro, vivono e affrontano i loro problemi con grande dignità – non erano favorevoli all’apertura del presidio, non hanno mai manifestato intolleranza. Anzi, una parte di loro ha mostrato grande solidarietà, finanche partecipando alle attività del Centro», conclude Diodati. Contro il presidio umanitario qualche decina di residenti, contesi da piccoli movimenti che vivono di una sovraesposizione mediatica. Cronache (false) di ordinario razzismo.

 

ps. Questa sera al Presidio umanitario tiburtino della Croce rossa in via del Frantoio si terrà una cena eritrea organizzata dai migranti.

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